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Il decalogo per la riduzione dei rifiuti

Alcuni consigli per ridurre i tuoi rifiuti
• compra oggetti resistenti, non usa e getta;
• scegli prodotti con meno imballaggi;
• acquista prodotti ricaricabili, come batterie, detersivi ecc. e usa i distributori alla spina (per prodotti per la casa e alimentari) che si trovano in piccoli e grandi negozi della tua zona;
• usa borse riutilizzabili, ceste, scatoloni o cassette per fare la spesa, evitando gli shopper in plastica;
• riutilizza fogli già scritti su di un lato per ulteriori appunti e, in ufficio e a casa, non stampare un documento se non è strettamente necessario;
• bevi l’acqua del rubinetto;
• usa i pannolini lavabili per bambini;
• ricarica le cartucce esaurite di stampanti e fotocopiatrici;
• acquista elettrodomestici con parti sostituibili;
• riutilizza gli scarti organici come concime per il giardino, facendo il compostaggio;
• passa gli abiti che non metti più in famiglia e tra gli amici, oppure portali presso le associazioni che li raccolgono;
• compra mobilio o vestiario nei negozi o mercati dell’usato;
• non usare fazzoletti in carta, tovaglioli in carta ecc.
Ricorda che un acquisto, per essere davvero sostenibile, deve: essere necessario, durevole, fatto con materiale riciclato, avere poco imballaggio, favorire il risparmio energetico, essere biologico, “equo e solidale”, prodotto localmente, senza sfruttamento dei lavoratori.
Compostaggio domestico, cos’è?
Fare il compostaggio domestico significa smaltire in proprio la frazione organica dei rifiuti attraverso un processo naturale che consente di ricavare un buon ammendante per terreni e vasi. Tutti coloro che hanno un giardino, un orto o comunque un pezzo di terra più o meno ampio hanno la possibilità di attuare questa pratica.
Ecco cosa possiamo compostare:
• avanzi di cucina: residui di frutta e verdura, bucce, fondi di caffè ecc.;
• scarti di giardino e orto: sfalci di prati, foglie secche, fiori appassiti, gambi, avanzi dell’orto;
• altri materiali biodegradabili: segatura e trucioli da legno non trattato.
Bevi l’acqua del rubinetto
L’Italia è tra i maggiori consumatori di acqua minerale in bottiglia al mondo, 8 volte la media mondiale (dato 2007).
Questo significa:
• oltre 1 milione di tonnellate di anidride carbonica (CO2) emesso ogni anno nell’aria che respiriamo per la produzione e il trasporto di bottiglie di plastica;
• la produzione di circa 6 miliardi di bottiglie di plastica ogni anno (dato 2006) che costano all’ambiente e alle nostre tasche!
Consigli per una spesa sostenibile
Scegli di acquistare:
• la frutta e la verdura a peso evitando così le numerose confezioni in polistirolo e cellophane;
• i salumi e i formaggi al banco così da non comprare insieme anche le vaschette in plastica;
• la carne e il pesce al banco, riducendo così gli imballaggi attorno ai prodotti;
• pasta e riso in confezioni di cartone;
• le uova in confezioni di cartone;
• le confezioni “formato famiglia”, evita le confezioni monodose.
Borse di plastica addio!
Nel mondo si consumano dai 500 ai 1000 miliardi di sacchetti di plastica ogni anno; in Europa 100 miliardi, in Italia circa 15 miliardi.
La media del consumo di sacchetti di plastica pro capite si aggira, nei paesi industrializzati, tra i 200 e i 500 pezzi all’anno. Sostituendo i normali sacchetti di plastica con altri sacchetti riutilizzabili si eviterebbe di disperdere nell’ambiente 1 milione di tonnellate di plastica all’anno, si risparmierebbero 700 mila tonnellate di petrolio e si ridurrebbero le emissioni di CO2 di 1,4 milioni di tonnellate.

porta la sporta

porta la sporta

ALCUNI DATI SULLA PLASTICA

  • La produzione di plastica assorbe l’ 8% della produzione mondiale di petrolio
  • Al ritmo di crescita attuale il mondo produce 200 milioni di tonnellate di plastica all’anno di cui solamente il 3% viene riciclato; in altre parole 96% della plastica prodotta a livello mondiale non viene riciclata
  • La produzione mondiale della plastica sta crescendo al ritmo del 3,5% all’anno e questo significa che ogni 20 anni la quantità di plastica prodotta raddoppia
  • La produzione di 200 milioni di tonnellate prodotte annualmente circa la metà viene usata per produrre articoli monouso o imballaggi che vengono buttati entro l’anno

I relativi detriti si accumulano nell’ambiente e il problema è in rapida crescita.

L’INQUINAMENTO DA PLASTICA NEI MARI E NELLE COSTE

Circa 4/5 del rifiuto in mare arriva da terra sospinto dal vento o trascinato da scarichi d’acqua e fiumi . Solamente il 20% proviene da rifiuti dispersi in mare dalle navi. Quasi il 90% del rifiuto galleggiante in mare è costituito da plastica.
Si stima che sia finito in mare il 5% di tutta la plastica prodotta dagli anni 50 in poi.

Nel giugno del 2006 un rapporto elaborato all’interno di un programma di salvaguardia ambientale delle Nazione Unite ha stimato in circa 20,000 unità i detriti più o meno grandi presenti in 1 Km quadrato di superficie marina.In alcune aree maggiormente compromesse la quantità di unità in detriti presenti superava i 400,000 pezzi per Km quadrato.

Le spiagge inglesi contengono una media di 2000 pezzi di detrito plastico per ogni chilometro considerando in questo conteggio pezzi di una certa grandezza. La quantità di piccole parti di plastica presente sulle spiagge in 1 metro quadro può variare da 10 a 100 pezzi presenti nelle aree maggiormente inquinate.

In Inghilterra l’ente nazionale per la protezione del mare, The Marine Conservation Society che promuove campagne di pulizia di spiagge e coste ha rilevato rispetto alle prime ricerche effettuate nel 1994 un aumento del rifiuto plastico pari al 126%.
Negli ultimi 10 anni la quantità delle bottiglie di plastica abbandonata è aumentata del 67 % , quella dei sacchetti di plastica del 54% e quella dei mozziconi di sigaretta del 44% (non biodegradabili poiché contengono acetato di cellulosa).

LA PLASTICA E LE SOSTANZE CHIMICHE INQUINANTI

La plastica in mare agisce come una spugna attirando tutte quelle sostanze chimiche idrorepellenti come quelle raggruppate nella categoria chiamata inquinanti organici persistenti POP’s (acronimo di Persistent Organic Pollutants) (http://it.wikipedia.org/wiki/Inquinante_organico_persistente) ma anche metalli pesanti come mercurio zinco e piombo che vengono assorbiti dalla superficie dei detriti plastici in concentrazioni fino ad un milione di volte superiori a quella contenuta nell’acqua marina.

segue>>

Queste sostanze chimiche finite in mare nel corso degli anni sono contaminanti molto resistenti alla decomposizione che impiegano decine di anni prima di decadere con evidenti proprietà tossiche.

Altre sostanze dannose per la nostra salute sono gli ftalati, additivi chimici impiegati nella lavorazione della plastica per produrre pellicole, giocattoli o oggetti in PVC. Esperti statunitensi hanno stimato che i bambini da 0 a 3 anni assorbono attraverso ciucciotti, massaggia-gengive e giocattoli di plastica da 62 a 665 mg di ftalati.
Definiti con le sigle Dehp, Dinp, Didp e Bbp sono i più abbondanti composti chimici creati all’uomo che finiscono nell’ambiente.

E’ stato dimostrato che questi contaminanti possono migrare nei cibi, specialmente quelli grassi o contenenti alcol. Con il passare degli anni si accumulano nei tessuti degli organismi viventi, alterandone il sistema ormonale, causando tumori, danni a fegato e reni, disfunzioni del sistema riproduttivo e alterazioni del sistema immunitario e ormonale.

Tutte queste sostanze chiamate “distruttori endocrini” colpiscono in gruppo; dall’ambiente risalgono la catena alimentare fino all’uomo e, nei cibi, si miscelano in un cocktail velenoso per l’equilibrio ormonale che può provocare seri danni durante lo sviluppo embrionale e nei primi anni di vita del bambino con conseguenze su sistema riproduttivo, difese immunitarie e sistema nervoso.

Referenze

Waste on Line http://www.wasteonline.org.uk/)
Charles Moore, Algalita http://www.algalita.org/
Greenpeace Ocean defenders
mindfully.org, http://www.mindfully.org/Plastic/plastic.htm)
Dr Richard Thompson, Marine Ecologist , University of Plymouth.
UNEP
MCS, The Marine Conservation Society
Seabirds ref, Alterra /Save the North Sea/North Pacific University of Victoria BC,Canada
DNR
Atlantic States Marine Fisheries Commission
Ebbesmeyer, C.

fonte : http://www.portalasporta.it/dati_plastica.htm

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Carlo Pedersoli (ora noto col nome d’arte Bud Spencer), primatista italiano dei 50 metri a farfalla, 8 febbraio 1950

Bud Spencer

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Veganlife - Il dato rinchiuso nella formula della Coca-Cola

Il dato rinchiuso nella formula della Coca-Cola

Friday, January 26, 2007 4:22:00 PM (W. Europe Standard Time, UTC+01:00)

di Gregorio J. Pérez Almeida - Nuestra América/Aporrea
Tratto da
http://www.prensa-latina.it/paginas/evo_morales.htm

Evo Morales ha detto molte cose che volevamo ascoltare più di cinquecento anni fa dalla bocca da un presidente boliviano. Ha detto anche cose che si ascoltarono in sordina per secoli in America Latina e ha detto finalmente cose che rivelano, e davanti al mondo, una delle cause dell’ostinata presenzia degli yankee in territorio andino e specialmente boliviano: il controllo della Coca attraverso la loro impresa della Coca Cola. Che derivato, o derivati, della foglia di coca è quello che utilizzano per elaborare la base della Coca Cola e che relazione hanno con la Cocaina?
Con la sua parsimonia ancestrale, Evo reclamò davanti alla stampa internazionale il trattamento speciale che danno non solo i governi andini alla commercializzazione della foglia di coca che compra la Coca Cola Internazionale, impresa emblematica dell’Imperialismo yankee, bensì di qualcosa di più profondo ed efficace nella dominazione culturale che esercita su gran parte del mondo: il modo di vita degli Stati Uniti(E’ vero o no che non c’è migliore combinazione che un hamburger o un hot dog con dentro di tutto ed una Coca Coda ben fredda?)

Disse Evo che il commercio di detta foglia è illegale tra i paesi andini ma non per l’impresa straniera, cioè che tra i cittadini e le imprese andine non può commercializzarsi liberamente la foglia di coca, ma la Coca Cola sì può comprare la quantità che voglia in qualunque paese andino che la produca.
Oltre il dato freddo e della conclusione immediata che deriva dalla sua prima analisi, possiamo anticipare alcuna altra ipotesi che ci portano a disegnare un altro schema nella comprensione della tossicodipendenza ed il narcotraffico internazionale. Con solamente introdurre nello schema vigente il dato che era nascosto e che ci rivelò Evo Morales si aprono nuovi punti interrogativi, sorgono nuovi sospetti e riscuotono maggiore rilevanza alcuni fatti passati sotto silenzio dagli specialisti internazionali in narcotraffico.

Primo punto interrogativo: In realtà si usa foglia di coca nella fabbricazione della Coca Cola? Questa non è una domanda retorica o disinformata ma costituisce un punto di riflessione obbligatoria nello studio del caso, perché nell’anno 2002 la stessa impresa negò l’uso della foglia di coca nella fabbricazione del prodotto, come comproviamo leggendo l’articolo di Luís A. Gómez edito in www.Rebelión.org, il 27 novembre di quell’anno. In questo articolo leggiamo:
“Alcuni giorni fa, il Viceministro di Difesa Sociale della Bolivia, Ernesto Justiniano, informò che il suo ufficio aveva autorizzato l’esportazione di 350 mila libbre (approssimativamente 150 tonnellate) di foglia di coca agli Stati Uniti per la fabbricazione del prodotto gassoso Coca Cola […..]”

Il fatto fu negato da un portavoce dell’impresa statunitense, consultato dal periodico messicano L’Universale martedì scorso: Karyn Dest, portavoce della Coca Cola, disse via telefonica da Atlanta che l’impresa non utilizza cocaina e che non è stata mai parte degli ingredienti della bibita (Questa risposta fu ripetuta nel dicembre del 2002 dalla rappresentante della multinazionale in Messico, Adriana Valladares).
Sorprendente questa risposta che colpisce un mito moderno: la Coca Cola non contiene coca e molto meno cocaina. Chi parlò di cocaina nella Coca Cola? Nessuno. Era una credenza, un mito o una trovata pubblicitaria? Ma di quello che sì si parlò fu delle foglie di coca che compra a mucchi la multinazionale ed il portavoce fu evasivo o fu un Lapsus linguae? Buon portavoce. Interessante verità? Ma più interessante si fa il tema quando continuiamo a leggere nell’articolo di Gómez e troviamo che:

“È diventato anche pubblico che il lavoro di Albo Export, un’impresa proprietà del boliviano Fernando Alborta, ha esportato coca da Perù e Bolivia negli ultimi anni, e che tra il 1997 e il 1999 mandò negli Stati Uniti un equivalente di 340 tonnellate di foglia di coca”. Queste operazioni di acquisto e procedimento sono severamente vigilate, in Bolivia dalla Direzione Generale di Controllo e Fiscalizzazione della Foglia di Coca (DIGECO) e negli Stati Uniti, certo, per la DEA, che perfino fornisce i magazzini con sofisticati sistemi di allarme ed i bauli speciali per conservare in New Yersey il curioso tesoro naturale.
Ma questo non è tutto nelle contraddizioni tra i tabaccai naturali ed i suoi migliori clienti, perché nell’anno 2004, lo zar antidroga del Perù, Nils Ericsson, in un scritto edito il 26 gennaio, affermò che: La Coca Cola, la mondialmente conosciuta fabbrica di bibite gassose, compra al Perù 115 tonnellate di foglia di coca all’anno e a Bolivia 105 tonnellate con le quali produce, senza alcaloidi, 500 milioni di bottiglie di bibite gassose al giorno” (Luís Gómez, The Narco Bulletin, 28 gennaio 2005, in www.narconews.com).

Questa cosa fa pensare all’articolista Gómez che la pressione per sradicare la coca in Perù (e completiamo noi: in tutti i paesi andini produttori) è una strategia per assicurare alla Coca Cola il monopolio della foglia di coca, non solo con l’intenzione di controllare questo mercato ma anche per monopolizzare il mercato di bibite che utilizzano foglia di coca senza alcaloidi? La cui fabbricazione sta fiorendo in Perù sotto le marche Vortex Coca Energy e K-Drink.
Dopo aver letto tutti gli argomenti che circondano il nostro primo punto interrogativo, una possibile risposta è la seguente: Se la Coca Cola Internazionale è la prima impresa multinazionale (di monopolio) nella commercializzazione della foglia di coca, materia prima essenziale della Cocaina, dal momento che si è avvalsa del suo status legale privilegiato nei paesi andini, ed i suoi portavoci si rifiutano di riconoscere l’utilizzo di foglia di coca nella fabbricazione della bibita, allora questa impresa deve essere la prima sospettata nell’investigazione delle reti mondiali del narcotraffico perché “Che cosa fanno con tutte quelle tonnellate di foglie di coca che comprano annualmente?”

Più in là o più in qua delle domande e risposte che possono moltiplicarsi per cento, andiamo per un istante alla realtà immediata: prendiamo nella nostra mano una bottiglia di Coca Coda di 600 ml fatta in Venezuela e leggiamo quello che è scritto nell’etichetta dopo dell’identificazione dell’impresa produttrice:

Ingredienti: acqua carbonata, zucchero, caramello, acido fosforico, estratti vegetali e caffeina


 

Trovi lei, amico lettore, alcuna informazione che ci renda noto l’utilizzo di qualche derivato della foglia di coca? Quando possono volerci convincere con l’enigmatica espressione Estratti Vegetali, ma di quali vegetali si tratta e che cosa è estratto da questi vegetali?, perché se si tratta della foglia di coca che contiene vari alcaloidi, quali rifiutano e quali lasciano nella gazzosa? E se l’impresa riconoscesse che utilizza la foglia di coca e dice che elimina tutti gli alcaloidi che cosa rimane?
La verità è che in considerazione della contraddizione evidente tra l’azione dell’impresa che compra tonnellate di foglia di coca in Bolivia, in Colombia e Perù e l’impegno dei suoi portavoci in negare l’utilizzo di foglia di coca nella fabbricazione della bibita, lo meno che possiamo fare è citarla per offerta ingannevole. Sarà possibile che i cittadini dei paesi andini dove si vende la Coca Cola, introducano una querela (gli specialisti direbbero in quale organismo ed a che livello) per la via degli interessi diffusi? Fallita o di successo sarebbe questa un’esperienza straordinaria di pedagogia politica e di integrazione popolare.

Altri punti interrogativi sono nella nostra mente da molti anni come misteri che nessuno ha osato sviscerare perché sono protetti da norme internazionali di industria e commercio, ma oggi, grazie ai cocaleri andini come Evo Morales ed ad investigatori come Luís Gómez, sappiamo già che la gazzosa più venduta nel mondo trattiene nella sua formula qualche derivato dalla foglia di coca e se l’impresa non lo riconosce allora deve spiegare al mondo che fa con tanta foglia di coca nei suoi depositi di Atlanta. Alcuni degli altri punti interrogativi sono:
“Che derivato, o derivati, della foglia di coca è quello che utilizzano per elaborare la base della Coca Cola e che relazione hanno con la Cocaina?”
“Questo derivato genera assuefazione nei consumatori o crea in essi le condizioni fisiologiche per propiziare qualche tipo di assuefazione?” E se la foglia di coca diluita nella Coca Cola non genera assuefazione, allora perché tanto fracasso (legga Lei repressione, persecuzione e morte) con la sua coltivazione, procedimento e commercializzazione nei paesi andini?

*Nuestra América/Aporrea

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Fallimento del Mercatino a Km0

Ma come mai nonostante le notizie di sotto riportate i prezzi al famoso
mercato del contadino erano perfettamente uguali a quelli del fruttivendolo?
semplice perchè come dice un mio caro amico nella costituzione
bisognerebbe sostituire il 1° articolo dove compare lavoro con ricotta!

L’ Italia è un paese fondato sulla ricotta!

Prezzi: +200% nel passaggio dal produttore al consumatore

Pubblicato da Filadelfo in Consumi, Inflazione.
Mercoledì, 27 Agosto 2008.

mercati ingrossoNegli ultimi tre anni gli italiani per l’acquisto di frutta ed ortaggi hanno speso il 200% in più. A rivelarlo non è un’Associazione di Consumatori, ma addirittura la Banca d’Italia in base alla ricerca “L’economia delle Regioni italiane nel 2007”, che ha messo in evidenza i ricarichi astronomici a danno dei cittadini nel passaggio delle merci dal produttore al consumatore.

Al via i “farmers market”: dal produttore al consumatore, sotto casa

Prodotti più freschi e meno cari. Un decreto autorizza gli agricoltori alla vendita diretta in città

Diciamocelo, piace a tutti l’immagine del contadino che va al mercato col calesse e il suo cesto di verdure appena colte o il paniere di uova fresche. Ci piace e ci mette un po’ di malinconia, come tutte le cose che sembrano perse per sempre. Ma questa volta c’è il rischio di sbagliarsi. Sostituite il calesse con un furgone - meglio ancora se alimentato a metano o biodiesel - e preparatevi a tornare dal mercato con la borsa della spesa piena di prodotti freschi e meno cari, magari biologici, e avendo conosciuto direttamente chi li ha prodotti. Con buona pace dei grossisti e dei mercati generali.

Si chiama filiera corta o, per dirla in modo più moderno, farmers market. L’idea è antica, appunto, ma “rivoluzionaria”: ridurre al minimo la distanza tra chi produce e chi consuma. “Distanza” in tutti i sensi:

  • chilometrica, nel senso che i prodotti vengono da poco lontano, sono più freschi (non passano giorni nei container-frigo) e riducono l’impatto ambientale del trasporto;
  • economica, perché saltano tutta la catena degli intermediari e quindi i ricarichi sul prezzo ad ogni passaggio;
  • e finanche personale, perché si può tornare dal contadino e fargli i complimenti o lamentarsi  per la qualità della merce. Quando mai succede nell’era dei supermercati?


Un decreto atteso

Ci sono già delle esperienze pilota di questo genere in alcune città d’Italia. Ma ora il fenomeno esce finalmente dalla semi-clandestinità grazie a un decreto del Ministero dell’Agricoltura pubblicato a fine anno che autorizza e addirittura promuove queste forme di distribuzione. I comuni potranno istituire di loro iniziativa i “mercati agricoli di vendita diretta” o potranno accogliere le domande dei produttori, singoli o associati. Per snellire l’iter burocratico si prevede anche che se la richiesta non riceve risposta entro 60 giorni si ritiene automaticamente approvata. Stando alla Coldiretti il decreto darà il via ad almeno 400 mercati di campagna nelle città italiane.

Una rivoluzione strisciante

Che il mercato attendesse da tempo un provvedimento di questo genere lo si capiva da diversi segnali. Uno di questi è la diffusione a macchia d’olio dei Gas, i gruppi d’acquisto solidali, un modo di fare la spesa in comune, saltando la grande distribuzione e risparmiando. Le motivazioni di questa scelta sono varie. Un sondaggio della Coldiretti sulla vendita diretta rivela che “la principale motivazione che spinge ad acquistare direttamente dagli agricoltori è il risparmio con il 30%, ma non meno importanti sono il rapporto diretto tra produttori e consumatori che consente di conoscere il prodotto (25%), le garanzie di freschezza, qualità e genuinità del prodotto (24%), la salvaguardia delle tradizioni e della cultura enogastronomica del territorio (12%) e infine con il 9% il minore inquinamento, risparmio di energia e difesa dell’ambiente e del clima per il consumo di prodotti locali che non devono essere trasportati (a ‘chilometro zero’)”. Una strisciante rivoluzione dei consumi in piena era globalizzata con cui i colossi della distribuzione dovranno cominciare a fare i conti. (A.D.M.)

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