Il discorso di Barack Obama

Al presidente Dean e al mio grande amico Dick Durbin, e a tutti i miei compatrioti di questa grande nazione.

Con profonda gratitudine ed umiltà accetto di essere nominato per la presidenza degli Stati Uniti.

Lasciatemi esprimere il mio ringraziamento ai candidati storici che mi hanno accompagnato in questo viaggio, e specialmente a quelli che hanno compiuto il viaggio più lungo – campioni per l’America che lavora ed esempi per i nostri figli - Hilary Rodham Clinton e il presidente Clinton, che ieri sera ha espresso la sua speranza nel cambiamento come solo lui sa fare; ringrazio Ted Kennedy, che incarna lo spirito di servizio, e ringrazio il prossimo vicepresidente degli Stati Uniti d’America, Joe Biden. Io vi ringrazio. Sono grato di finire questo viaggio con uno dei migliori uomini di stato dei nostri tempi, un uomo capace di essere a suo agio con tutti, dai leader del mondo ai conduttori del treno Amtrak che ancora oggi lo porta a casa ogni sera.

All’amore della mia vita, la nostra prossima first lady, Michelle Obama e a Sasha e Malia: vi amo così tanto e sono così fiero di voi tutte.

Quattro anni fa davanti a voi vi raccontavo la mia storia, quella della breve unione fra un giovane uomo del Kenia e una giovane donna del Kansas che non andò a finire bene. I miei genitori non erano ben assortiti, ma condividevano la convinzione che in America il loro figliolo avrebbe potuto realizzare tutti i suoi progetti..

È sempre stata questa promessa a rendere questa terra un luogo speciale. La promessa che attraverso il lavoro e il sacrificio, ciascuno di noi puoi realizzare i suoi sogni. E ciò restando tutti una sola e unica famiglia determinata nell’assicurare anche alla prossima generazione la possibilità di realizzare i propri sogni.

Questo è il motivo per il quale sono qui, stasera. Perchè in 232 anni, ogni volta che questa promessa è stata in pericolo, semplici uomini e donne, studenti e soldati, contadini e insegnanti, infermiere e bidelli, hanno trovato il coraggio di mantenerla in vita.

Ci incontriamo in uno di questi momenti, un momento in cui la nostra nazione è in guerra, la nostra economia è in affanno e la promessa americana è di nuovo in pericolo.

Stasera, molti americani sono disoccupati e molti altri stanno lavorando duro per un salario troppo basso. Molti di voi hanno perso le loro case e altri vedono deprezzarsi il valore delle loro abitazioni. Molti di voi hanno macchine che non possono permettersi di guidare, conti della carta di credito che non potete permettervi di pagare, e rette scolastiche che sono molto al di sopra delle vostre possibilità.

Non tutte queste difficoltà sono state create dal Governo. Ma l’incapacità di rispondere alle vostre esigenze è il risultato diretto delle divisioni politiche di Washington e della fallimentare politica di George Bush.

America, noi siamo migliori di quello che siamo stati in questi ultimi otto anni. Noi siamo un paese migliore di questo. Questo paese è migliore di quello in cui una donna dell’Ohio, in età di pensione, si trova nell’impossibilità di provvedere alla sua stessa salute dopo una vita di duro lavoro. Questo paese è più generoso di quel paese in cui un uomo dell’Indiana deve impacchettare gli strumenti coi quali ha mandato avanti un’azienda per 20 anni, e spedirli in Cina, per poi in lacrime trovare il coraggio di raccontare questa novità alla sua famiglia, con il senso di fallimento di un’intera vita dedicata al lavoro.

Siamo molto più compassionevoli di un governo che permette che gli anziani dormano sulle nostre strade e che le famiglie scivolino nella povertà, un governo che lascia tanti seduti con la testa tra le mani mentre una delle maggiori città americane annega davanti ai nostri occhi. Questa sera, io dico alla gente d’America, ai democratici, ai repubblicani, agli indipendenti di tutta questa grande nazione, che ne abbiamo abbastanza! Questo momento, questa tornata elettorale è la nostra occasione per portare integra la promessa americana nel 21esimo secolo.

La settimana prossima, nel Minnesota, lo stesso partito che ha portato al potere per due volte Gorge Bush e Dick Cheney chiederà a questo paese un terzo mandato. E siamo qui perchè amiamo troppo questo paese per lasciare che i prossimi 4 anni somiglino agli ultimi otto. Il 4 novembre prossimo dobbiamo alzarci e dirlo: “Otto anni bastano”.

Ora, lasciatemi fugare ogni dubbio. Il candiato Presidente dei Repubblicani, John McCain, ha indossato l’uniforme del nostro paese con coraggio e onore, e per questo gli doppiamo la nostra gratitudine e il nostro rispetto.

Ma la settimana prossima ci sentiremo ricordare tutte le volte che non è stato d’accordo con il suo partito, come se questo bastasse a dare prova del cambiamento di cui abbiamo bisogno. Il programma è chiaro: John McCain ha votato con George Bush il 90% delle volte. Il senatore McCain ama parlare di saggezza, ma come suona a voi la parola “saggezza” quando si da’ ragione a Gorge Bush il 90% delle volte? Non posso parlare per voi, ma io non sono pronto a scambiare il 10% restante per una possibilità di cambiamento.

La verità invece è che su ogni questione che avrebbe potuto fare la differenza nelle nostre vite - per quanto riguarda la salute, l’educazione, l’economia - il senatore McCain è stato tutto fuorché indipendente. Ha detto che la nostra economia ha fatto “grandi progressi” con questo Presidente. Ha detto che le fondamenta dell’economia sono forti. E quando uno dei suoi principali consiglieri, quello che gli stila il piano economico, ha parlato dell’ansia che gli americani provano, ha detto che stiamo semplicemente soffrendo di una “recessione mentale” e che siamo diventati, cito letteralmente “una nazione di piagnoni”.

Una nazione di piagnoni? Vallo a dire agli orgogliosi lavoratori dell’auto del Michigan che quando hanno saputo che la loro fabbrica stava per chiudere, hanno continuato a presentarsi al lavoro ogni giorno, giorno dopo giorno, perchè sapevano che c’erano persone, là fuori, che contavano sul fatto che loro avrebbero assemblato dei freni. Andatelo a dire ai familiari di quei militari che si fanno forza silenziosamente l’un l’altro mentre vedono i loro cari partire arruolati per la terza o quarta o quinta volta. Questi non sono piagnoni. Il loro duro lavoro, i loro sacrifici continuano senza una sola lamentela. Questi sono gli americani che io conosco.

Ora, io non credo che al senatore McCain non importi quello che sta capitando nelle vite degli americani. Io credo solo che non lo sappia. Altrimenti perchè definirebbe gente che guadagna meno di 5 milioni di dollari l’anno “appartenenti alla classe media”? Altrimenti come potrebbe proporre tagli di centinaia di miliari di dollari per le grandi compagnie petrolifere e nemmeno un penny di sconto a più di cento milioni di americani?

Chi altri potrebbe proporre un piano sanitario che tassa i benefici delle persone, o un piano educativo che non aiuterà le famiglie a sostenere i costi del college, o un piano che privatizzerà la sicurezza sociale e barerà sulle vostre pensioni?

Non è che a John McCain non importi, tutto questo. È semplicemente che non lo capisce.

Per più di 20 anni egli ha sottoscritto quella vecchia, screditata filosofia repubblicana, secondo la quale bisogna dare sempre di più a quelli che hanno, per poi sperare che la prosperità discenda anche su tutti gli altri. A Washington, la chiamano la “società dei possidenti”, ma in realtà significa che sei lasciato da solo. Sei disoccupato? Spera. Niente assistenza sanitaria? Ci penserà il mercato. Sei nato povero? Cerca di tenere i piedi nelle tue scarpe, se sei così fortunato da averne un paio. Insomma, arrangiati.

Bene, è ora che essi rimedino ai loro errori. È l’ora per noi di cambiare l’America.

Vedete, noi democratici abbiamo una differente unità di misura per considerare il progresso di questo paese. Noi misuriamo il progresso in base a quante persone riescono a trovare un lavoro che consente loro di pagare un mutuo, o riescono a mettere da parte qualche soldo alla fine del mese, in modo da consentire ai loro figli di frequentare il college. Noi misuriamo il progresso dai 23 milioni di posti di lavoro creati da Bill Clinton quando era presidente, quando il reddito medio delle famiglie americane era di 7500 dollari, e non di 2 mila, livello al quale è sceso durante la presidenza Bush.

Noi non misuriamo la forza della nostra economia dal numero di miliardari che abbiamo o dai profitti dei primi 500 classificati nella classifica di Fortune, ma nel fatto che qualcuno con una buona idea riesce a rischiare e a far partire un nuovo business; o dal numero delle cameriere che riescono a prendersi un giorno di malattia senza perdere il lavoro, secondo le regole di un’economia che riconosce la dignità del lavoro.

I parametri che usiamo per misurare la forza dell’economia hanno come punto di riferimento la promessa che ha fatto grande la nostra nazione, una promessa che è la sola ragione per cui io sono qui stasera. Perchè nelle facce di questi giovani veterani che tornano dallIraq e dall’Afghanistan, vedo quella di mio nonno che si arruolò dopo Pearl Harbor, e che ha servito nell’esercito di Patton, e che è stato ringraziato da una nazione riconoscente che gli ha dato la possibilità di frequentare il college.

Se guardo il viso di quel giovane studente che riesce a dormire solo tre ore prima di fare il turno di notte, io penso a mia madre, che ha cresciuto da sola me e mia sorella, e mentre lavorava, studiava per prendere lei stessa una laurea; mia madre che se anche è dovuta ricorrere ai buoni sociali per comprare il cibo, che ha fatto ogni tipo di sacrificio per far frequentare a me e mia sorella le migliori scuole del paese, con l’aiuto di prestiti d’onore e borse di studio.

Quando ascolto un lavoratore che mi dice che anche la sua fabbrica è stata chiusa, penso a tutti quegli uomini e quelle donne che nel sud di Chicago hanno resistito e combattuto per 20 anni perchè le acciaierie della zona non chiudessero.

E quando ascolto una donna raccontare le difficoltà che incontra per mettersi in proprio, penso a mia nonna che ha continuato per anni a lavorare come semplice segretaria, non ottenendo promozioni solo perché donna. È lei che mi ha insegnato a lavorare duro. È lei che ha rinunciato a comprarsi un’automobile e bei vestiti affinché io potessi avere una vita migliore della sua. È lei ad aver riversato su di me tutto quello che aveva. E anche se adesso non può più viaggiare, so che è qui con noi, questa sera, e che questa è anche la sua serata.

Non so come il Senatore McCain immagina che le celebrità conducano la loro vita, ma la mia è stata questa. Questi sono i miei eroi. Queste sono le storie che hanno fatto di me l’uomo che sono. Ed è con il loro aiuto e la loro benedizione che intendo vincere questa tornata elettorale e mantenere vive queste promesse come Presidente degli Stati Uniti d’America.

Quali sono queste promesse?

È una promessa che dice che ciascuno di noi ha il diritto di vivere la vita come vuole, ma che gli ha anche l’obbligo di trattare tutti gli altri esseri umani con dignità e rispetto. È una promessa che dice che il mercato deve perseguire il benessere di tutti e che l’innovazione deve generare una crescita comune, ma che gli imprenditori hanno la responsabilità di creare il lavoro per l’ America, per gli Americani, e devono attenersi alle regole.

La nostra è una promessa che dice che il Governo non deve risolvere i nostri problemi, ma che deve fare ciò che noi non siamo in grado di fare per noi stessi, proteggerci dalla povertà e dare ad ogni bambino un’educazione decente, portarci acqua pulita in casa e giocattoli non pericolosi, investire in nuove scuole e in nuove strade così come nelle nuove scienze e tecnologie.

Il nostro governo deve lavorare per noi, non contro di noi. Deve aiutarci, non danneggiarci. Deve dare opportunità non solo a quelli che hanno i soldi e il potere, ma ad ogni americano che voglia lavorare.

Questa è la promessa dell’America, l’idea che siamo responsabili di noi stessi, ma anche che possiamo crescere o cadere insieme alla nazione, nella fondamentale convinzione che io sono il custode di mio fratello, e il custode di mia sorella.

Questa è la promessa che abbiamo bisogno di mantenere. Questo è il cambiamento che ci serve ora. Quindi, lasciatemi spiegare il significato esatto del cambiamento, come lo intenderò da Presidente.

Il cambiamento, significa che le tasse non arricchiscono i lobbisti che le istituiscono, ma i lavoratori americani e le piccole imprese che lo meritano. A differenza di John McCain, la smetterò di tagliare le tasse a quelle aziende che delocalizzano il lavoro fuori dall’America, e comincerò piuttosto a tagliarle a quelle aziende che mantengono il lavoro in America.

Io eliminerò la tassazione degli utili delle piccolo aziende e delle start-ups che sapranno accrescere la ricchezza e gli investimenti in alta tecnologia. Io taglierò le tasse, lo ripeto “taglierò le tasse” del 95% alle famiglie dei lavoratori. Perchè in un’economia come la nostra, l’ultima cosa che possiamo permetterci è aumentare le tasse alla classe media.

E per la salute della nostra economia, della nostra sicurezza, e del futuro del nostro pianeta, voglio darmi un chiaro obiettivo come Presidente: in 10 anni, non dipenderemo più dal petrolio del Medio Oriente.

A Washington si è discusso della nostra dipendenza dal petrolio negli ultimi 30 anni, e John McCain ha partecipato a questa discussione per 26 di questi anni. A quel tempo, si è opposto allo studio di benzine meno inquinanti per le auto, si è opposto agli investimenti in energia rinnovabile, e ha detto no anche ai carburanti rinnovabili. E oggi, la nostra quota di importazione del petrolio è triplicata dal primo incarico a senatore di John McCain.

Questo è il momento di farla finita con questa dipendenza e di capire che la misura è colma, che non ci sono più soluzioni a lungo termine. Neanche a breve.

Come presidente, aprirò i rubinetti delle nostre riserve di gas naturale, investirò in tecnologia pulita e alternativa, troverò modi per sicuri per sfruttare l’energia nucleare. Aiuterò le nostre compagnie automobilistiche nella ristrutturazione, così che le macchine a carburante pulito del futuro siano costruite proprio qui, in America. E farò in modo che gli Americani possano permettersi queste nuove automobili. E investirò 150 miliardi di dollari nella ricerca di fonti di energia rinnovabile, eolica, solare e nei carburanti biologici di nuova generazione, in progetti che porteranno a nuove industrie e a 5 milioni di nuovi posti di lavoro che renderanno bene e non dovranno essere delocalizzati.

America, questo non è il tempo dei piccoli progetti.

Questo è il momento di affrontare il nostro obbligo morale di garantire ad ogni bambino un’educazione di prima livello, perchè questo è il minimo che serve per competere in un’economia globale. Michelle e io stasera, siamo qui solo perchè abbiamo avuto l’opportunità di ricevere un’educazione. E noi ci metteremmo in gioco per un’America dove tutti bambini possano avere questa possibilità. Investirò nell’educazione della prima infanzia. Recluterò un esercito di nuovi insegnanti, pagherò loro retribuzioni più alte e darò loro maggiore supporto. E, in cambio, chiederò standard educativi più elevati ed affidabili. E manterremo la promessa americana ad ogni singolo giovane americano, rassicurandoli che se parteciperanno alla loro comunità o il loro paese, garantiremo loro che potranno permettersi di andare al college.

Ora è il momento in cui finalmente rendiamo praticabile questa promessa, rendiamo accessibile il servizio sanitario ad ogni singolo americano. Se avrete cura della vostra salute, i miei programmi abbasseranno il prezzo delle vostre assicurazioni. Se non sarete in salute, avrete lo stesso livello di assistenza sanitaria di cui godono i membri del congresso. E com’è vero che ci fu qualcuno che sollevò mia madre dal dover discutere con un’assicurazione che le creava problemi benchè malata di cancro, state certi che le compagnie di assicurazione smetteranno di discriminare quelli che hanno più bisogno di attenzione e cure mediche.

Questo è il momento di aiutare le famiglie a superare i momenti bui senza lasciare il paese, perchè nessuno in America dovrebbe essere costretto a scegliere fra mantenere il lavoro e occuparsi di un figlio malato o di un genitore anziano.

Questo è il momento di cambiare le nostre leggi sulla bancarotta, così che le nostre pensioni siano protette dei bonus degli amministratori delegati, ed è il momento di proteggere la sicurezza sociale delle future generazioni. E questo è il momento di mantenere la promessa di una stessa paga per una stessa giornata di lavoro, perchè voglio che le mie figlie abbiano esattamente le stesse opportunità che hanno i vostri figli.

Ora, molti di questi progetti costano cari, ma io sono tranquillo perché so come troverò ogni centesimo: chiudendo ogni scappatoia per le aziende che aggirano le tasse e chiudendo la voragine di quelle imposte che non aiutano l’America a crescere. Ma il reperimento di questi fondi passerà anche per il Bilancio dello Stato, che sarà verificato riga per riga, eliminando i programmi che non funzionano più e facendo funzionare quelli che servono e costano meno, perchè non possiamo affrontare le sfide del 25 secolo con la burocrazia del 20esimo secolo.

E Democratici, dobbiamo anche ammettere che mantenere le promesse dell’America richiede molto più che il solo denaro. Richiede a ciascuno di noi un rinnovato senso di responsabilità per ritrovare quello che JFK chiamava “la nostra forza intellettuale e morale”. Sì, il governo deve essere un esempio di forza e d’indipendenza, ma ciascuno di noi deve fare la sua parte per rendere le nostre case e le nostre aziende più efficienti. Sì, dobbiamo fornire più strumenti di successo a quei giovani uomini che incappano in vite di crimine e disperazione. Ma dobbiamo anche ammettere che i programmi, da soli, non sostituiscono i genitori; che il governo non può spegnere la televisione e fare i compiti insieme ai ragazzi; che i padri devono assumersi più responsabilità nel dare ai ragazzi l’amore e la guida sicura di cui i ragazzi hanno bisogno. La responsabilità individuale e la mutua responsabilità sono l’essenza delle promesse americane.

E proprio se manterremo queste promesse con i ragazzi che sono la prossima generazione di questo paese, potremo esportare queste promesse. Se John McCain vuole un dibattito per discutere il carattere e il discernimento che servono al prossimo comandante in capo, sono pronto a prendervi parte.

Perchè mentre il senatore McCain volgeva il suo sguardo all’Iraq dopo l’11 settembre, io mi sono mosso e mi sono opposto a questa guerra, sapendo che ci avrebbe distratto dai veri impegni che dobbiamo affrontare. Quando John McCain dice che “in Iraq possiamo scamparla”, io chiedo più risorse e più truppe per concludere la battaglia contro i terroristi che ci attaccarono l’11 settembre, e dico chiaramente che dobbiamo catturare Osama Bin Laden e i suoi luogotenenti e averli sotto il nostro controllo. A John McCain piace dire che seguirà Obama fino ai cancelli dell’inferno, ma di certo non andrebbe a cercarlo nella caverna in cui abita.

La mia richiesta di una data entro al quale portare a casa le nostre truppe dall’Iraq è stata ascoltata dal governo Iracheno e anche dall’amministrazione Bush, ma solo dopo che siamo venuti a sapere che l’Iraq ha un bilancio in attivo per 79 bilioni di dollari, mentre noi navighiamo nei debiti, e John McCain è oramai rimasto solo nel suo ostinato rifiuto a porre fine a questa guerra sbagliata.

Non è questo il discernimento e la saggezza di cui abbiamo bisogno. Non è così che si metterà l’America al sicuro. Abbiamo bisogno di un Presidente che non si aggrappi alle idee del passato, che sappia affrontare le minacce del futuro.

Non si sconfigge un gruppo di terroristi che opera in 80 paesi occupando l’Iraq. Non proteggi Israele e scoraggi l’Iran solo facendo qualche discorso a Washington. Non puoi veramente insorgere a difesa della Georgia forzando le nostre più vecchie alleanze. Se John McCain vuole seguire George Bush nel suo percorso di chiacchiere e cattive strategie, questa è la strada. Ma non è quello che ci serve.

Siamo il partito di Roosvelt. Siamo il partito di Kennedy. E quindi non ditemi che i democratici non difenderebbero questo paese. Non ditemi che i democratici non ci terranno al sicuro. La politica estera di Bush e McCain ha sperperato l’eredità che generazioni di Americani, Democratici e Repubblicani, avevano costruito, e ora noi dobbiamo ricostruire quest’eredità.

Come comandante in capo, non esiterò mai a difendere questa nazione, ma manderò le nostre truppe a combattere solo in missioni chiare, con il sacro dovere di fornire loro l’equipaggiamento che occorre in battaglia e la cura e i benefici che serviranno loro al ritorno in patria.

Metterò fine responsabilmente a questa guerra in Iraq e metterò fine anche alla guerra contro Al Qaeda e i Talebani in Afghanistan. Farò sì che i nostri militari siano in grado di combattere i conflitti futuri. Ma rinnoverò anche l’idea che la diplomazia diretta può evitare che l’Iran non ottenga armi nucleari e che la Russia eviti future offensive.

Costruirò nuove alleanze per difenderci dalle minacce del ventunesimosecolo, il terrorismo e la proliferazione del nucleare, la povertà e i genocidi, i cambiamenti climatici e le malattie. E ricostruirò la nostra statura morale, così che l’America torni ad essere ora e per sempre, la migliore speranza per quelli che sostengono la causa della libertà, che vogliono vivere in un mondo pacifico e vogliono costruire un futuro migliore.

Queste sono le politiche che intendo perseguire. E nelle prossime settimane spero di poterle dibattere con John McCain. Quello che non voglio fare è sottintendere che il senatore prenda le sue posizioni per opportunità politica. Perchè una delle cose che devono cambiare nelle nostre politiche e finirla col dissentire delle posizioni altrui mettendo in discussione integrità e patriottismo. Questi sono momenti troppo importanti, e la posta in gioco è troppo alta per metterla in discussione tanto infantilmente. Così, lasciatemi essere d’accordo sul fatto che il patriottismo non appartiene ad un partito politico. Io amo questo paese, come voi, e come John McCain. Gli uomini e le donne che servono il nostro paese in battaglia possono essere democratici, o repubblicani, o indipendenti, ma combattono insieme e vincono insieme, e alcuni di loro muoiono insieme sotto la stessa bandiera. Essi non servono un’America rossa o un’America blu, ma servono gli Stati Uniti d’America.

Ho una notizia da darti, John McCain. Noi tutti mettiamo il nostro paese davanti a tutto.

America, il nostro lavoro non sarà facile. La sfida che affrontiamo richiede scelte faticose, e tanto i democratici quanto i Repubblicani devono accantonare le idee politiche del passato che si sono dimostrate perdenti. Perchè parte di quello che abbiamo perduto in questi otto anni può essere misurato solo come perdita di ricchezza e maggiore deficit commerciale. Quello che è andato perso, è il nostro senso del bene comune, il nostro senso di un bene più grande. E questo è quello che dobbiamo ricostruire.

Potremo non essere d’accordo sull’aborto, ma certamente ci troveremo d’accordo sulla riduzione del numero delle gravidanze indesiderate in questo paese. La situazione del possesso d’armi può non essere la stessa nell’Ohio rurale e fra le gang giovanili che seminano la violenza a Cleveland, ma non mi si venga a dire che non si può modificare il Secondo Emendamento togliendo le AK-47 dalle mani dei criminali. So che ci sono delle divergenze sul matrimonio fra persone dello stesso sesso, ma certamente saremo d’accordo sul fatto che i nostri fratelli e le nostre sorelle gay hanno bisogno di poter essere assistite all’ospedale dalle persone che amano e che hanno il diritto di non subire, nelle loro esistenze, alcuna discriminazione. Se parliamo di immigrazione, non conosco nessuno che possa trarre vantaggio dalla separazione di una madre da suo figlio, o non concordare sul fatto che un imprenditore non possa aggirare le leggi fiscali americane dando lavoro a immigrati clandestini. Anche questo fa parte del sogno americano, la promessa di una democrazia in cui trovare la fermezza e la grazia per creare ponti per unire ciò che ci divide.

So benissimo che ci sono persone che considerano queste solo chiacchiere. Dicono che la nostra insistenza su qualcosa di più grande, di più fermo e più onesto nella nostra vita pubblica è solo un cavallo di troia che nasconde nel ventre nuove tasse e l’abbandono dei nostri valori tradizionali. Non è questo che dovete aspettarvi. Perchè se non avete idee nuove, screditare quelle degli altri è solo tattica elettorale per spaventare gli elettori. Se non avete un programma elettorale verso il quale far convergere i vostri elettori, allora dipingete i vostri avversari come persone dalle quali fuggire.

Avete ridotto una grande tornata elettorale ad una piccola cosa.

E questo trucco ha già funzionato una volta, perchè soddisfa il cinico disprezzo che tutti abbiamo per il Governo. Quando Washington non funziona, tutte le sue promesse sembrano vuote. Se le tue speranze sono continuamente deluse, tanto vale continuare a votare per il male che conosci.

Ho afferrato il concetto. Ho capito che non sono il candidato più carino per questo incarico. Non ho un pedigree tipico per questo ruolo, e non ho trascorso i miei anni migliori nei corridoi di Washington.

Ma sono davanti a voi perchè ovunque, attraverso l’America, qualcosa sta vibrando. Quello che i più riluttanti non capiscono è che l’elezione non è un fatto che riguarda me. Riguarda voi.

Per 18 lunghi mesi, avete capito, uno ad uno, e avete gridato che ne avete abbastanza della politica del passato. Avete capito che in questa elezione, il più grosso rischio che possiamo assumerci è mantenere le stesse politiche, con gli stessi vecchi attori, e aspettarci un risultato diverso. Voi avete mostrato quello che la storia ci insegna, che in un preciso momento quale questo è, il cambiamento di cui abbiamo bisogno non verrà da Washington. Il cambiamento arriva a Washington. Il cambiamento ci sarà perchè il popolo americano lo chiede, perchè il popolo si è levato convinto di nuove idee e nuova leadership, nuove politiche per nuovi tempi.

America, questo è uno di quei momenti.

Credo che per quanto possa essere difficile, il cambiamento che aspettiamo stia arrivando. Perchè l’ho visto. Perchè l’ho vissuto. L’ho visto in Illinois, quando abbiamo potuto dare copertura sanitaria ad un maggior numero di bambini e abbiamo potuto avvicinare più persone al lavoro con una sana politica del welfare. L’ho visto a Washington, quando abbiamo lavorato alle linee guida del partito, per poter creare più ambiti di intervento comune, per prenderci meglio cura dei nostri veterani e per tenere le armi nucleari lontane dalle mani dei terroristi. E l’ho visto in questa campagna elettorale. Nei giovani che votano per la prima volta, e in quelli fra noi che conoscono la faccenda da un sacco di tempo. Nello stupore dei Repubblicani che non si sarebbero mai aspettati di dover andare al ballottaggio con i Democratici. L’ho visto nei lavoratori che lavorerebbero volentieri un’ora in meno al giorno, se questo potesse impedire loro di vedere gli amici perdere il lavoro, nei soldati che si arruolano di nuovo dopo aver perso un arto, in quei buoni vicini che si prendono in casa uno sconosciuto che ha perduto la sua casa per un uragano.

Questo Paese ha la maggiore ricchezza di ogni altra nazione, ma questo non ci fa ricchi. Abbiamo l’esercito più potente del pianeta, ma questo non ci rende forti. E nostre Università e la nostra cultura sono invidiate in tutto il mondo, ma non è questo che porta il mondo sulla soglia di casa nostra.

Piuttosto, è quello spirito americano, quel sogno americano, che ci fa procedere quando il sentiero è incerto; che ci fa stare uniti senza considerare le differenze; che ci fa fissare il nostro sguardo non su quello che si vede, ma su quello che non si vede, il posto migliore là a portata di mano.

Questa promessa è la nostra più grande eredità. È la promessa che faccio alle mie figlie quando le addormento la sera, è la promessa che faccio ai vostri figli, è una promessa che ha portato gli emigranti ad attraversare gli oceani e i pionieri ad attraversare il west; è la promessa che porta i lavoratori a picchettare le fabbriche, e le donne a ricercare la parità.

Ed è la promessa che 45 anni fa, in questo stesso giorno, portò gli americani di ogni angolo di questa terra a stringersi sulla spianata di Washington, di fronte al Lincoln’s Memorial, ad ascoltare un giovane predicatore della Georgia che raccontava il suo sogno. Gli uomini e le donne che erano là possono aver ascoltato molte altre parole. Possono aver sentito parole di rabbia e discordia. Posso anche essersi sentite soccombere dinnanzi alla caduta e alla delusione di tanti sogni. Ma quello che quelle persone ascoltarono, persone di ogni razza e colore della pelle, di ogni età, è che l’America e il nostro destino sono inestricabilmente legati. Che se stiamo uniti, i nostri sogni diventano un solo sogno.

“Non possiamo camminare da soli” urlò il predicatore “il nostro andare avanti è il giuramento che continueremo ad avanzare. Non possiamo tornare indietro.”

America, non possiamo tornare indietro. Non con tutto il lavoro che c’è da fare. Non con così tanti ragazzi da educare e con tutti questi anziani di cui prenderci cura. Non con un’economia da risanare e con le città da ricostruire e le fattorie da salvare. Non con tutte queste famiglie da proteggere e queste vite da rammendare. America, non possiamo tornare indietro. Non possiamo camminare da soli. In questo momento, in questa elezione, dobbiamo prometterci ancora una volta di camminare verso il futuro. Fate in modo che questa promessa sia mantenuta, la promessa americana, e credete fermamente nelle parole delle scritture, senza incertezze, e nella speranza che condividiamo.

Grazie a voi, Dio vi benedica, e Dio benedica gli Stati Uniti d”America.

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