Gli uomini s’interrogano
da secoli sulla creatività, probabilmente da quando hanno
cominciato a riflettere sul pensiero. Hanno sempre creduto
che le idee “arrivino” all’improvviso, attribuendone il merito a spiriti e divinità
o, più di recente, al subconscio.
Di qualunque cosa si tratti, la creatività è una forma di pensiero ai confini
estremi della mente. L’unica fase del processo creativo che conosciamo un po’ me-
glio è l’intuizione, ma le idee e i progetti
creativi possono restare in incubazione
per mesi o anni senza che ce ne rendiamo
conto. Non sorprende, dunque, che la
creatività sia sempre sfuggita all’analisi
scientifica. All’inizio degli anni settanta
veniva ancora vista come una forma d’intelligenza.
Ma nel corso del decennio,
quando furono concepiti test più raffinati
per stabilire il quoziente d’intelligenza
e le capacità creative – in particolare dal
padre dei test sulla creatività Paul Torrance –
si capì che il rapporto non era co-
sì semplice. Le persone creative risultano
intelligenti, almeno in base ai test, ma
restano nella media o leggermente al di
sopra. Anche se dipende dalla disciplina,
è accertato che oltre un certo livello il
quoziente d’intelligenza non serve a po-
tenziare la creatività: è necessario ma
non sufficiente per renderci creativi.
A causa della difficoltà di analizzare le
caratteristiche intrinseche del processo
creativo, i primi tentativi si concentraro-
no sullo studio della personalità. Secondo
lo specialista della creatività Mark
Runco della California state university di
Fullerton, la personalità creativa attri-
buisce grande valore alle qualità esteti-
che e coltiva vasti interessi.
Queste caratteristiche le forniscono
molte risorse a cui attingere e le conoscenze
necessarie per combinarle e tro-
vare nuove soluzioni. I creativi sono
attratti dalla complessità e gestiscono con
abilità i conflitti. Di solito sono anche
molto motivati e a volte perfino un po’ os-
sessivi.Le persone meno creative, invece,
non tollerano molto la confusione e tendono
a innervosirsi se non riescono a
mettere subito insieme i pezzi di un rompicapo.
La creatività è un dono riservato
a chi sa aspettare, e soprattutto a chi sa
farlo avvolto in una leggera nebbia. Ma
forse chi ha una personalità creativa deve
pagare un prezzo. Per secoli si è pen-
sato che ci fosse un legame tra creatività
e malattia mentale. La psichiatra e scrit-
trice Kay Redfield Jamison dell’ospeda-
le Johns Hopkins di Baltimora, nel
Maryland, soffre di bipolarismo e ha scoperto
che gli artisti famosi hanno più
probabilità di essere soggetti a disturbi
emotivi. Ma suggerisce anche la possibilità
che siano proprio gli sbalzi d’umore
a originare un evento creativo, piuttosto
che il cattivo umore in sé.
Secondo lo psichiatra Gordon Clarid-
ge dell’università di Oxford, anche alcuni
sintomi della schizofrenia sarebbero
più comuni tra le persone creative.
Claridge usa una “scala di schizotipia” per
registrare i sintomi della malattia che
non sono patologici in sé, come avere
allucinazioni, sentire voci, pensare in mo-
do caotico o credere alla magia.
Le persone con queste caratteristiche
ottengono di solito un punteggio molto alto nei
test sul pensiero laterale. Ma questi
soggetti sanno che quel tipo di pensiero può
essere anche molto distruttivo:
l’intelligenza può aiutare a incanalarlo verso
una grande creatività, ma quando si
combina con problemi emotivi, il pensiero
laterale può causare malattie mentali.
Eccitazione della corteccia
Jordan Peterson, uno psicologo dell’
università di Toronto, ha individuato un
meccanismo che potrebbe aiutarci a
capire perché. Peterson sostiene che il
cervello dei creativi è più aperto agli
stimoli esterni rispetto a quello delle persone
comuni. I nostri sensi forniscono
continuamente una massa di informazioni al
cervello, che deve bloccarne o ignorarne
la maggior parte per impedirci di essere
sommersi. Lo studioso dell’università
canadese definisce questo meccanismo
“inibizione latente” e sostiene che le
persone con un livello più basso di latenza,
un quoziente d’intelligenza
sufficientemente alto e una buona memoria sul
lavoro riescono a gestire più dati, e quindi
sono aperte a un maggior numero di idee
e possibilità. L’aspetto negativo
può essere un modo di pensare confuso che
predispone alla malattia mentale.
Secondo Peterson, quindi, la malattia
mentale non è un prerequisito della
creatività, ma condivide con questa alcune del-
le sue caratteristiche cognitive.
E l’atto creativo in sé? Uno dei primi
studi che analizzano come funziona il
cervello di una persona creativa fu
condotto da Colin Martindale, uno psicologo
dell’università del Maine a Orono. Nel
1978 Martindale usò una rete di elettrodi
per eseguire un elettroencefalogramma
su una persona che inventava una
storia. Dimostrò così che la creatività ha
due fasi, l’ispirazione e l’elaborazione,
ognuna delle quali è caratterizzata da
stati mentali molto diversi. Mentre le
persone abbozzavano le storie,
Martindale osservò che il loro cervello era
sorprendentemente tranquillo. L’attività
dominante era quella delle onde alfa, e
ciò indicava un livello molto basso di
eccitazione della corteccia cerebrale: uno
stato di rilassamento, come se la mente
cosciente se ne stesse tranquilla mentre
il cervello faceva i suoi collegamenti
dietro le quinte. È lo stesso tipo di attività
mentale che caratterizza alcune fasi del
sonno, del sogno o del riposo. Questo
potrebbe spiegare perché il sonno e il
rilassamento aiutino le persone a essere
creative.
Tuttavia, quando veniva chiesto a
queste persone di elaborare le loro storie,
l’attività delle onde alfa diminuiva e il
cervello diventava più frenetico, segno di
una maggiore eccitazione della corteccia,
della concentrazione su una particolare
attività e di un pensiero più organizzato.
La cosa che colpiva maggiormente era
che le persone con una differenza di
attività cerebrale più marcata tra la fase di
ispirazione e quella di sviluppo
producevano storie più fantasiose. Eppure non
c’era nulla nella loro attività cerebrale di
base che le facesse sembrare più creative.
“È come se le persone meno creative non
riuscissero a cambiare marcia”, dice Guy
Claxon, uno psicologo dell’università
britannica di Bristol. “La creatività richiede
diverse modalità di pensiero. Le persone
molto creative si spostano intuitivamen-
te da una modalità all’altra”. A quanto
sembra, la creatività è una questione di
flessibilità mentale: forse non è un
processo in due fasi, ma un continuo pas-
saggio da uno stato all’altro. In uno
studio successivo, Martindale scoprì che
questo cambiamento di attività si notava
in modo particolare nell’emisfero destro
del cervello. Tuttavia, le persone a cui era
stato interrotto il collegamento tra i due
emisferi per trattare una forma di
epilessia altrimenti incurabile sembravano
diventare molto meno creative. Questo
dimostra che anche la comunicazione tra i
due emisferi è importante. Adesso i
ricercatori stanno tentando di individuare
alcuni aspetti della creatività legati all’
anatomia. Gli studi condotti sul cervello
di persone dotate di un particolare tipo
di creatività dimostrano – e forse la
cosa non dovrebbe sorprendere – che le
aree attive sono determinate dal tipo di
conoscenza specialistica che si sta usando.
Il linguaggio, le immagini, la consapevolezza
dello spazio: i vari tipi di abilità sono localizzati in una particolare zona
o in alcune parti del cervello. I matematici
e i fisici potrebbero avere lobi parietali
più grandi, che sono importanti
per la rappresentazione dello spazio; negli
scrittori potrebbero esserci delle regioni
del linguaggio distribuite in maniera più ampia nei lobi frontali e temporali, forse addirittura estese a entrambi gli emisferi, mentre normalmente sono confinate a quello sinistro.
Ma non sono soltanto queste aree specializzate ad attivarsi: per usare le informazioni in modo creativo è necessario un
coordinamento tra molte aree. “La sintesi creativa richiede una nuova struttura,
varie zone del cervello devono essere attive simultaneamente”, dice Claxon.
Quando siamo impegnati in attività meno creative, come leggere la bolletta del
gas, i centri coinvolti sono meno numerosi e l’attività di sintesi è ridotta.
Ingegerd Carlsson, una psicologa dell’università svedese di Lund, ha scoperto
con i suoi collaboratori qualcosa che forse potrebbe collegare tra loro le varie forme di creatività. Quando i soggetti analizzati per il suo studio erano impegnati
in un compito creativo – per esempio
elencare gli usi possibili di un oggetto – i
lobi frontali del cervello risultavano molto più attivi. Si ritiene, infatti, che i lobi
frontali aiutino le persone a passare da
una strategia all’altra e a spostare l’attenzione da un compito all’altro. I lobi frontali, inoltre, coordinano i collegamenti
tra le diverse aree del cervello controllando il rilascio di messaggeri chimici, afferma David Beversdorf, neurologo dell’Ohio state university di Columbus.
Una delle cose in comune tra il rilassamento mentale, il sonno e la depressione – tutti fenomeni legati in qualche
modo a un aumento di creatività – è il
basso livello di un neurotrasmettitore
chiamato noradrenalina, o norepinefrina. Questa sostanza chimica controlla la
facilità con cui i neuroni si “parlano”:
sembra che un basso livello di noradrenalina incoraggi vaste reti di neuroni a
comunicare tra loro e che al contrario un
livello più alto concentri l’attività in reti
più ridotte. Inoltre, la somministrazione
di precursori della noradrenalina riduce
la capacità di una persona di risolvere indovinelli verbali, mentre farmaci come il
propranololo, che blocca la noradrenalina, possono rendere più facile la soluzione di anagrammi.
Completamente pazzi
Paul Howard-Jones, che collabora con
Claxon a Bristol, è convinto di aver scoperto un altro aspetto della creatività. Ha
chiesto a una serie di persone di inventare una storia a partire da tre parole e ha
scansionato il loro cervello con un apparecchio per la risonanza magnetica funzionale. In un primo esperimento è stato
chiesto ai soggetti di non sforzarsi troppo e di raccontare la storia più ovvia suggerita dalle tre parole; in un secondo, invece, i soggetti sono stati invitati a usare
di più l’immaginazione. Howard-Jones,
inoltre, variava le parole per rendere più
o meno facile la combinazione. Quando
le persone si sforzavano di creare storie
più fantasiose, si riscontrava una maggiore attività in una particolare regione
prefrontale dell’emisfero destro del cervello, che si estende all’interno verso una
regione più profonda chiamata corteccia
anteriore cingolata. Probabilmente queste regioni sono importanti per eliminare i conflitti, perché ci aiutano a escludere una serie di combinazioni inutili tra le
parole permettendo di fare solo i collegamenti opportuni, suggerisce HowardJones. Questo dimostra che esiste un altro aspetto della creatività, sottolinea lo
studioso. Quando inventiamo una storia,
soprattutto in una situazione di tensione,
dobbiamo valutare molte opzioni. Perciò
la creatività è anche un processo di valutazione e di analisi delle idee. Il test di-
mostra inoltre che più ci sforziamo e siamo tesi, più la nostra mente è creativa.
Ma per essere veramente creativi non
basta avere la personalità giusta e le zone del cervello e le reti neurali ideali: è
necessario combinare tutte queste cose
insieme. Le nostre capacità, le situazioni
specifiche e il nostro ambiente sociale
possono condizionare la creatività quanto le risorse mentali di cui siamo dotati
dalla nascita. Le persone più creative
sfruttano anche i diversi ritmi della giornata, i fine settimana e le vacanze per
cambiare stato mentale. Possono passare due ore alla loro scrivania e poi andare a fare una passeggiata, perché sanno
che quel sistema va bene per loro, e non
si sentono in colpa. Secondo Teresa Amabile dell’Harvard business school, la
creatività non implica necessariamente
una vita solitaria e tormentata. Anche se
esiste una vaga associazione tra la scrittura o la pittura solitaria e la negatività o
i disturbi emotivi, la creatività scientifica e quella sul posto di lavoro sembrano
favorite da un atteggiamento positivo e
ottimistico. Nel corso di uno studio sulla
vita aziendale durato dieci anni, Amabile ha scoperto che in tutte le organizzazioni uno stato d’animo positivo favorisce la creatività, e che il rapporto tra le
due cose è semplice e lineare. La sua
équipe ha riscontrato inoltre che il pensiero creativo migliora l’umore delle persone. Quindi si tratta di un processo circolare: la fretta, le pressioni economiche
e i bonus di produttività non aiutano la
creatività nei posti di lavoro; è la motivazione interna, non la coercizione, che dà
i risultati migliori.
Un altro aspetto della creatività spesso trascurato è quello sociale. Vera John-
Steiner dell’università del New Mexico
ad Albuquerque, autrice del saggio Creative collaboration (Oxford university
press 2000), sostiene che per essere veramente creativi abbiamo bisogno di re-
lazioni sociali solide e rapporti sicuri,
non solo di reti neurali attive. Una caratteristica fondamentale dei creativi, dice
John-Steiner, è che almeno una persona
nella loro vita non li ritiene completamente pazzi. p bt