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Il Vaticano scende in campo contro Nichi Vendola


Qui la pagina facebook di Alecella dove puoi trovare altre vignette.

“Già nella giornata di ieri, attraverso il portale ecclesiastico “Pontifex Roma”, all’indomani della vittoria alle primarie di Nichi Vendola, il Vescovo Emerito Giacomo Babini, dalla lontana Grosseto, era intervenuto per spiegare che “Come Vescovo che non cede alle lusinghe della modernità, dico che la pratica conclamata della omosessualità é un peccato gravissimo, costituisce uno scandalo e bisogna negare la comunione a tutti coloro che la professino, senza alcuna remora, proprio in quanto pastori di anime. Io non darei mai la comunione ad uno come Vendola“.”

già ma allora che ne dite di dare un’occhiata in rete? su google ho richiesto “preti omosessiali” ed ecco i link :

http://www.venerabilis.cjb.net/
http://www.la7.it/blog/post_dettaglio.asp?idblog=ILARIA_DAMICO_-_Exit_15&id=1065
http://www.gionata.org/chiese-e-omosessualit/approfondimenti/sui-preti-omosessuali-cada-il-tab.html
http://www.ciao.it/Io_prete_gay_Politi_M__Opinione_766542
http://donfrancobarbero.blogspot.com/2009/01/preti-omosessuali-cada-il-tabu.html
http://www.cdbchieri.it/rassegna_stampa_2005/temi_omosessualita.htm

poi sempre su internet ho trovato questo articolo :

Nei Vangeli non troviamo nessuna forma di condanna nei confronti dell’omosessualità. Secondo il vescovo episcopale statunitense John Shelby Spong, che molto ha scritto e molto si è battuto per portare la sua chiesa a sviluppare un nuovo atteggiamento nei confronti dell’omosessualità, questo silenzio sarebbe già il segno che questo per Gesù non costituiva un problema fondamentale, e forse non era affatto un problema.

Secondo alcuni esegeti, tuttavia, almeno un racconto neotestamentario metterebbe Gesù in contatto con una persona che era, molto probabilmente, omosessuale: è il racconto della guarigione del servo del centurione romano (Matteo 8,5-13, Luca 7,1-10).

I due Vangeli usano due termini greci diversi per parlare del servitore: per Matteo è un “pais”, un ragazzo, per Luca un “doulos”, un servo. In entrambi i casi, il termine potrebbe riferirsi al costume, abbastanza diffuso nella società romana, di avere al proprio seguito un giovane che era al tempo stesso compagno e servitore. Il testo di Luca (Luca 7,2) sottolinea che questo servitore era «molto caro» al centurione romano, usando il termine “entimos”, che si traduce con prezioso, caro, importante.
L’ufficiale romano era dunque «molto affezionato» (così la Traduzione interconfessionale in lingua corrente) a quest’uomo ora in punto di morte, tanto da andare da Gesù e chiedergli di guarirlo. Se tale interpretazione è corretta, il comportamento di Gesù assume per la nostra riflessione una valenza particolare.

Gesù non giudica in nessun modo la relazione dei due come «sospetta», ma loda anzi il centurione. un pagano, per la sua fede. Infine, guarisce l’infermo. Questa è una storia di fede, amore e compassione, non di condanna e durezza di cuore.

all’indirizzo : 

http://www.gionata.org/bibbia-e-omosessualit/approfondimenti/il-silenzio-di-ges-sull-omosessualit.html

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Assicurazione contro la fame

DI DMITRY ORLOV
Club Orlov

Sarei interessato a vendervi un’assicurazione contro la fame. Siete già assicurati? Dovreste esserlo! Senza questo tipo di copertura potreste ritrovarvi a non essere in grado di sfamare voi stessi e la vostra famiglia. Con questa copertura, non solo avrete la sicurezza di continuare ad ottenere almeno un po’ di cibo, ma ce l’avrò anche io. In realtà, grazie a questa assicurazione, io potrò mangiare molto, molto bene.

Ecco come funziona. Voi comprate un pacchetto assicurativo dalla mia società, o da uno dei miei illustri concorrenti nell’industria delle assicurazioni contro la fame. Il mercato è molto competitivo, e questo offre al consumatore un’ampia gamma di scelte. Potrete addirittura decidere di optare per un’organizzazione di salvaguardia della fame, cosa che risulterebbe alquanto sensata se siete a dieta.

Qualunque società scegliate, essa si occuperà di acquistare cibo in grandi quantità per vostro conto. Quindi, dovesse capitarvi un episodio di fame, potrete fare un’ordinazione, pagare la franchigia, ed ottenere un po’ di cibo. Alcune procedure di alimentazione, come ad esempio la colazione, sono considerate facoltative e quindi non vengono coperte.

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Femminismo a Sud | FAS: cosa c’è dietro un acronimo. Al nord più soldi che al sud

FAS: cosa c’e’ dietro un acronimo

di Maria Marchese 

I 4 miliardi di cui parla Berlusconi non sono un regalo improvviso che generosamente lui elargirà alla Sicilia. Sono da tempo inseriti nel FAS (Fondo per le aree sottoutilizzate) e fino a questo momento sono stati bloccati per semplice abuso di potere. Finora il CIPE non ne he deliberato l’erogazione perchè al Ministro Fitto non piaceva che una parte di questi soldi andasse alla Puglia e dunque alla gestione Vendola, mentre per la Sicilia c’era chi voleva fare la guerra a Lombardo che nell’isola sta disturbando molti centri di potere targati UDC e PDL.

Il Fas (fondo per le aree sottoutilizzate) è stato istituito con legge nazionale. E’ un fondo aggiuntivo, nel senso che deve sommarsi, e non sostituire, a tutti gli altri stanziamenti ordinari, nazionali e comunitari per finalità di sviluppo complessivamente inteso. Non è un fondo di esclusiva pertinenza del Mezzogiorno. Le aree sottoutilizzate del Paese non sono solo in Sicilia. Pertanto fruiscono di queste somme anche tutte le altre regioni.

La procedura per lo stanziamento e l’effettiva erogazione è molto complessa e prevede la partecipazione delle Regioni, alle quali compete elaborare un piano per l’utilizzo di questi soldi, dopo la ripartizione fra le varie aree fatta con decreto del CIPE. Per il periodo 2007 - 2013 la dotazione finanziaria del FAS è pari ad oltre 64 miliardi di euro, ma a seguito di vari prelievi operati dal governo, la dotazione attuale è di 54 miliardi. Si tratta di somme a destinazione vincolata, che devono essere programmate in una strategia unitaria con i fondi comunitari. Non è possibile prenderli per altre finalità, ma ciò è stato fatto più volte. Il mezzogiorno protesta giustamente perchè l’80% delle risorse è destinato, per legge, alle politiche regionali.

Se quest’ultimo dato può dare fiato alle polemiche “nordiste”, consiglio a tutti di dare un’occhiata al “Rapporto annuale del Dipartimento per lo sviluppo economico - 2008″ documento redatto pertanto dal Ministero, dove a pag. 133 leggiamo, a proposito del livello della spesa pubblica per investimenti: “Il 71,5 % di spesa del settore publico allargato nel periodo 1996 -2007 è concentrato nelle regioni del centro-nord, solo il 28,5 nel Mezzogiorno.

Ogni abitante-cittadino del centro nord si è dunque avvalso mediamente, in termini costanti, di circa 14.349 euro pro capite rispetto ai 10.195 euro del cittadino del Mezzogiorno” ed ancora “nelle due aree l’andamento della spesa totale pro capite appare asimmetrico in tutto l’arco temporale considerato, con un tasso di crescita omogeneo e un divario medio di euro 4.154 pro capite tra centro-nord e mezzogiorno”.

Ciò vale per gli investimenti, la cosiddetta spesa in conto capitale. Non va meglio riguardo alla spesa corrente. Apprendiamo infatti che “La spesa corrente determina la quota maggiore di differenziazione territoriale tra nord e sud: a fronte di una spesa corrente media italiana di 11.061, la media del Mezzogiorno è di 7.763 euro”.

Questi dati, senza voler spendere altre parole, si commentano da soli.

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Virus A, l’Oms avverte “Presto in tutto il pianeta” è arrivata la fine del mondo ! Pentitevi!!!!

Virus A, l’Oms avverte
“Presto in tutto il pianeta”

Virus A, l'Oms avverte "Presto in tutto il pianeta"


GINEVRA - La diffusione del virus A (H1N1) si sta avvicinando a coinvolgere “il 100% del pianeta”. Lo ha detto oggi a Ginevra il portavoce dell’Organizzazione mondiale della sanità, gregory Hartl. Almeno 160 Paesi o territori su un totale di 193 aderenti all’Oms hanno confermato casi.

“Al momento, non abbiamo notato alcun mutamento nel comportamento del virus”, ha detto Hartl. “Quel che vediamo è invece un’espansione geografica. L’avanzata del virus continua, si avvicina al 100 per cento dei Paesi, ma non vi è ancora arrivato”. Per quanto riguarda i decessi, ha poi aggiunto, “siamo adesso a circa 800 vittime”. Il nuovo virus è stato segnalato per la prima volta in Messico alla fine di marzo. L’Oms ha dichiarato lo stato di pandemia l’11 giugno scorso.

In base all’ultimo bilancio diffuso dall’Ecdc (European Centre for Disease Prevention and Control) nel mondo i casi confermati di influenza A/H1N1 sono arrivati a 151.656, con 868 morti. Sono stati 1.671 i nuovi contagi e due i decessi registrati in Europa nelle ultime 24 ore, uno dei quali in Ungheria. Numeri che fanno salire il totale a 19.404 casi nei 31 Paesi dell’Unione europea ed Efta (European Free Trade Association). Nel resto del mondo in 24 ore si sono registrati 3.247 nuovi casi e 16 morti, che portano il totale a 132.252 casi e 833 morti.

Intanto dalla Gran Bretagna, il paese europeo maggiormente colpito con oltre 10.000 casi, arriva un’inquietante precisazione: un terzo delle vittime non stava già male per conto suo, era perfettamente sano o al massimo con lievi problemi di salute, ed è stato il virus H1N1 a ucciderle. Per la prima volta, sir Liam Donaldson, chief medical officier, ammette: circa il 16 per cento di coloro che sono morti per influenza A erano perfettamente sani e non seguivano alcuna terapia prima dell’infezione. Un ulteriore 17 per cento, si legge sulle pagine del Daily Mail, aveva solo problemi moderati, come pressione alta o diabete. Il resto invece aveva gravi problemi di salute che compromettevano il loro sistema immunitario, come la leucemia. “La cattiva notizia - rassicura Donaldson - sarebbe se il 100% delle vittime fossero persone sane. La stragrande maggioranza delle persone che avranno l’influenza recupereranno bene”.

 Ma il professor Hugh Pennington, batteriologo presso l’Universitá di Aberdeen, getta benzina sul fuoco: “Ho visto io stesso casi di persone perfettamente sane che sono morte di influenza”. E l’allarme cresce: il pubblicizzato servizio messo a punto dalle autorità britanniche su internet, una sorta di consulto medico via web, è andato in tilt appena tre minuti dopo essere lanciato. Sommerso da qualcosa come nove milioni di accessi.

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I nuovi paradisi non conoscono il Pil - economia - Repubblica.it

I nuovi paradisi
non conoscono il Pil

di ALESSANDRA RETICO

I nuovi paradisi non conoscono il Pil

Felicità interna lorda. Un indicatore che smonta il mito occidentale del reddito, sostituendolo con soddisfazione personale, speranza di vita, politiche ambientali. Il Costa Rica vince, è il paese con il Fil più alto. Ci si vive bene, a lungo, in armonia con la natura. Mentre i leader riuniti in Italia per il G8 si preoccupano di Pil e deflazione, la seconda edizione dell’”Happy planet index”, che indica il tasso di benessere sostenibile, premia standard alternativi: impronta ecologica del sistema produttivo, lunghezza e pienezza dell’esistenza.

La ricchezza non può comprare la felicità. Alibi o buon senso? “In questa età di incertezza, di crisi grave, le persone temono il futuro” scrive The New Economics Foundation (Nef), l’organizzazione non governativa britannica che ha redatto la classifica delle nazioni più felici. Con un obiettivo: far capire che le priorità della gente sono ora diventate altre. Merce e soldi, petrolio e titoli non hanno reso il mondo un posto migliore, figuriamoci noi. Anzi, molte potenze economiche (Usa, Cina, India) erano più felici venti anni fa, ecosistemi e risorse erano meno sfruttati. Guarda il Costa Rica, che ha scalzato il paradiso dell’arcipelago Vanuatu, Oceano Pacifico meridionale, dal primo posto dell’indice 2006: più dell’85 per cento degli abitanti si dichiara felice di vivere nel paese latino americano, “la speranza di vita è di 78,5 anni, il paese non è lontano dall’aver trovato l’equilibrio tra i suoi consumi e le sue risorse naturali, il 99 per cento dell’energia che produce deriva da fonti rinnovabili”, segnala Nic Marks, uno degli autori dello studio. Ma l’America latina è tutta allegra, monopolizza ben nove dei primi dieci posti.


Consumare e consumare non porta da nessuna parte. Non a caso a guidare la classifica sono paesi a reddito medio, i ricchi e sviluppati stanno invece a metà. Nella lista, stilata sulla percezione degli abitanti di 143 paesi, la maggior parte delle nazioni “verdi” e contente si concentra in America Latina, la prima tra le europee è l’Olanda (43esima), l’Italia è 69esima (slittata dal 66esimo posto del 2006), prima di Francia, Uk e Spagna ma dopo la Germania. In coda la maggior parte dei Paesi africani, ultimo lo Zimbabwe. “Con il mondo che si trova ad affrontare la tripla sfida presentata da una profonda crisi economica, da cambiamenti climatici sempre più veloci e da un incombente picco della produzione di petrolio, abbiamo disperatamente bisogno di nuove direzioni e linee guida” scrive nel rapporto Nic Marks. “Seguire il canto della sirena della crescita economica ha dato benefici marginali ai poveri del mondo, mettendo a rischio le basi per la loro sopravvivenza. Questa strategia non ha nemmeno migliorato il benessere di chi è già ricco, né ha portato a una stabilità economica”.

Lo vediamo eccome, nonostante nei Paesi ricchi il grado di soddisfazione e speranza di vita sia aumentato del 15 per cento in 45 anni (ma l’impronta ecologica è schizzata del 72 per cento). Il Fil non fa troppi calcoli, più che altro sente (feel), e sente che è tempo di cambiare.

(8 luglio 2009)

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Barilive.it - Il primo giornale telematico della città di Bari | Più vita in comune

‘Cortodrome Short Film’, festival di cortometraggi a Locorotondo

Il 9 e 10 luglio le date: quest’anno anche corti d’animazione dal Brasile

di Gianpietro Occhiofino

Si svolgerà a Locorotondo il 9 e 10 luglio “Cortodrome International Short Film”. L’evento, alla sua sesta edizione, vedrà la partecipazione di ben 250 cortometraggi provenienti da tutto il mondo. Iniziativa, organizzata dall’associazione “Il tre ruote ebbro”, che per la prima volta ha ottenuto il patrocinio dell’assessorato alla Cultura del Comune di Locorotondo.

“La buona riuscita di Cortodrome risiede proprio nel fatto che con pochissimo denaro offriamo al pubblico un evento di portata internazionale e dal carattere multietnico e multiculturale”, sostiene Alfredo Nardelli, responsabile del festival. “I soldi non fanno la qualità”, continua, “alcuni festival cinematografici, purtroppo, finanziati anche con consistenti risorse economiche, alla fine si rivelano dei veri e propri flop. E questo dispiace molto”.

E dietro la realizzazione di “Cortodrome”, ci sono anche i traduttori dell’associazione. “Un lavoro lungo e paziente quello svolto dai nostri collaboratori, che si ritrovano a dover trascrivere, in italiano, i centinaia di dialoghi contenuti nei lavori presentati dagli artisti”, dice Nardelli, a cui spetta, invece, tutta la parte tecnica relativa alla sovrimpressione dei sottotitoli.

Quest’anno si proietteranno anche dei corti d’animazione provenienti dal Brasile. “Pochi giorni fa ho visionato dei corti d’animazione di una qualità eccezionale”, confida Nardelli, “lavori, questi, che si basano sull’esclusiva abilità della singola persona. Più abilità che strumenti e risorse finanziarie, e lo stesso pubblico potrà rendersene conto”.

“Nel corso degli anni ho potuto constatare come i cortometraggi italiani rispecchino, quasi sempre, la nostra società. Purtroppo ripropongono i canoni tipici del cinema e cioè coppie in crisi, problemi economici, insomma idee un po’ vecchie. Al contrario gli artisti spagnoli sono i più coraggiosi, arrivano anche a proporre lavori splatter. Sicuramente i cortometraggi spagnoli sono tra i più belli del mondo. Caratteristica, questa, che deriva dal fatto che, secondo il mio modesto parere, il governo spagnolo investe parecchio nella produzione e nella promozione dei cortometraggi”.

Al termine della manifestazione, l’attribuzione dei premi ai due vincitori della sesta edizione del festival. Un premio sarà attribuito dal “pubblico” e uno dalla “critica”. Premi simbolici, s’intende, il più delle volte rappresentati da opere realizzate, con legno d’ulivo, da artisti-artigiani della zona.

“Per l’inverno”, ci confessa l’organizzatore, “è in cantiere la realizzazione di un festival di corti d’animazione da proiettarsi all’interno degli asili di Locorotondo, la cui giuria sarà rappresentata dagli stessi alunni”.

Appuntamento a tutti per il prossimo 9 luglio nella splendida cittadina della Valle d’Itria.

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Strage di Delfini in Danimarca

BENCHE’ QUESTO SEMBRI INCREDIBILE, OGNI ANNO, QUESTO MASSACRO BRUTALE E SANGUINARIO SI RIPRODUCE NELLE ISOLE FEROE, CHE APPARTENGONO ALLA DANIMARCA. LA DANIMARCA , UN PAESE SUPPOSTO ‘CIVILIZZATO’, MEMBRO DELL’UNIONE EUROPEA. TROPPE POCHE PERSONE AL MONDO CONOSCONO QUESTO AVVENIMENTO ORRIBILE E DEPROVEVOLE CHE SI RIPETE OGNI ANNO. QUESTO MASSACRO SANGUINARIO E’ IL FRUTTO DI GIOVANI UOMINI CHE VI PARTECIPANO PER DIMOSTRARE DI AVER RAGGIUTNO L’ETA’ ADULTA (!!). E’ ASSOLUTAMENTE INCREDIBILE CHE NON SIA FATTO NIENTE AFFINCHE ‘ QUESTA BARBARIE CESSI. UNA BARBARIE CONTRO I DELFINI CALDERONES, UN DELFINO SUPER INTELLIGENTE E SOCIEVOLE CHE SI AVVICINA ALLA GENTE PER CURIOSITA’.

INVIA QUESTO MESSAGGIO A TUTTI I TUOI CONTATTI. VERGOGNA ALLA DANIMARCA !!! Fate sapere a tutti che in Danimarca massacrano ogni anno i delfini extra-intelligenti e socievoli per una festa così come fosse un carnevale. Solo le persone inutili pensano che tanto non cambia nulla e per questo rifiutano di inviare questo messaggio a tutti. Speriamo che cambierà, chi lo sa!

http://www.elicriso.it/it/stragi_compiute_uomo/strage_delfini_danimarca/
http://www.elicriso.it/it/stragi_compiute_uomo/strage_delfini_danimarca/
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http://www.elicriso.it/it/stragi_compiute_uomo/strage_delfini_danimarca/

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Il Tempo - Crisi, Berlusconi: “Il peggio è passato”

Silvio Berlusconi La crisi? «Il momento peggiore è passato e d’ora in poi ci saranno miglioramenti», parola di Silvio Berlusconi. Il premier è sempre più ottimista, e questa volta lancia il suo messaggio di speranza proprio da Mosca durante una conferenza stampa con il presidente russo Dimitri Medvedev: «C’è stato un diluvio universale, ma ora siamo qui e stiamo meglio di prima. Il governo ha fatto bene a diffondere fiducia. Non abbiamo peccato di ottimismo perché questa crisi, è stato dimostrato, ha grande origine nel fattore psicologico».

Una convinzione che lo stesso premier conferma portando l’esempio dei dipendenti pubblici che, pur non essendo «toccati direttamente» dal rallentamento economico, hanno modificato i propri comportamenti: «Un’indagine fatta su 3,5 milioni di impiegati pubblici italiani, ha dimostrato come anche chi non rischia il proprio posto di lavoro o chi abbia visto un aumento del proprio stipendio grazie alla riduzione dei costi e all’aumento del potere d’acquisto, abbia deciso di non cambiare l’auto soltanto per la paura di una crisi che non può toccarlo direttamente». Così, se il problema è originato da fattori psicologici, il presidente del Consiglio è pronto anche a stabilirne le cause puntando il dito nei confronti dell’informazione: «È colpevole l’atteggiamento dei media che insistono a dire che la crisi è irreversibile e catastrofica». Ma al tempo stesso non risparmia neppure l’opposizione: «È assolutamente colpevole il loro comportamento con il quale noi ci troviamo ad operare».

Il gioco delle parti ricomincia. L’opposizione accusa il governo di sottovalutare la crisi e Silvio Berlusconi respinge le critiche invitando a vedere il bicchiere mezzo pieno. I media, a detta sua, diffondono pessimismo e lui suggerisce di non credere a quello che dicono. Il copione è così sempre lo stesso: da un lato il Cavaliere esalta l’operato del governo, «ha fatto tutto quello che doveva essere fatto a fronte di una situazione economica che ha colpito tutto il mondo» mentre dall’altro accusa l’opposizione di non essere stata in grado di collaborare per risolvere rapidamente il problema della crisi economica. «Quando è troppo è troppo. Ieri la crisi era un problema psicologico, oggi il peggio è passato Berlusconi deve smettere di prendere in giro gli italiani» tuona il leader del Pd, Dario Franceschini commentando l’affermazione del presidente del Consiglio. E per non essere da meno rispetto ai dati forniti dal premier cita quelli forniti dal Fondo monetario italiano secondo il quale il governo italiano ha messo in campo per affrontare l’emergenza un decimo della media degli altri governi mondiali: «Qui servono misure concrete - ha aggiunto - e noi dell’opposizione continueremo a proporle, pretendendo su ciascuna di esse un voto in parlamento. Non possiamo pensare che la soluzione alla crisi caschi dal cielo, servono misure concrete».

Tra attacchi e contrattacchi si insinua anche Paolo Ferrero, segretario del Prc: «Berlusconi e Franceschini si attaccano a vicenda sul tema della crisi economica senza avanzare proposte, in un clima da beghe di cortile. L’unica verità è che la crisi è il frutto delle politiche liberiste di questi anni che hanno tagliato stipendi e pensioni», e ripropone un vecchio cavallo di battaglia comunista per uscire dalla crisi: «Rovesciare le politiche liberiste aumentando le tasse e cioè prendendo i soldi dai ricchi per aumentare stipendi e pensioni».

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Facebook scoppia la coppia! - Notebook Italia

Aumentano le polemiche intorno a Facebook e al trattamento dei dati personali, nonchè della privacy, all’interno dei social network. Il caso del giorno coinvolge una ragazza lasciata dal proprio fidanzato, dopo che un amico comune ha pubblicato sul profilo di Facebook alcune “piccanti e compromettenti” foto della donna.

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Libero News - “Ma io non dono un euro” La polemica su Facebook

Quando poi la terra finisce la sua taranta, qui si torna a vivere come viene viene. E allora, donare o non donare? Aiutare è “educativo”? Per noi che oggi non siamo sotto le tende blu, ma domani non si sa, è certo rassicurante sapere che gli italiani sono brava gente, ma forse staremmo più sereni se avessimo la sicurezza di uno Stato organizzato e ricco a sufficienza da far fronte alle emergenze. Meglio contare sull’istituzione, che sulla beneficenza? Di questo da due giorni si dibatte su Facebook, prendendo spunto dallo sfogo di un utente, Giacomo di Girolamo, riproposto da Hermes Agostini sul suo profilo: 6000 commenti in meno di due giorni. Vi riproponiamo ampi stralci dell’fb-pensiero, e aspettiamo anche le vostre opinioni. 

“Io mi scuso, ma non donerò nemmeno un soldo per aiutare le vittime del terremoto. So benissimo che in questi giorni le mia parole possono sembrare blasfeme, di solito ci si vanta tanto della propria generosità, senza la riservatezza che questa meriterebbe. La mia decisione però è presa: non chiamerò i numeri che mi scaleranno qualche euro dal mio credito del telefono, non invierò nessun messaggino di beneficenza, nessun bollettino postale né invio di denaro dalla banca. E non posso nemmeno ospitare sfollati, o dare loro un posto dove vivere, e nemmeno manderò abiti smessi.

No, io non mando un centesimo. E credo davvero che la mia sia l’azione più civile che un cittadino italiano possa scegliere in questa situazione.
Non mando un centesimo ai terremotati perché è questo atteggiamento di carità che fa male all’Italia: l’italiano casinista e approssimativo, che poi però compensa tutto con il suo grande cuore nelle circostanze più drammatiche. Io non ne posso più di un Paese così. Voglio che non si scusi più nessuno, e niente. Come ai tempi del bambino nel pozzo, Alfredino, tutta Italia oggi è lì sul bordo,unita nella speranza e nella preoccupazione. Mettiamo sempre in campo la nostra partecipazione, che è vera e sentita. Però poi restiamo fermi, non succede mai nulla di più.

Sono convinto che tutti questi eventi drammatici andrebbero prevenuti, che non ci dovrebbero essere pozzi pericolosi, e chi ne è colpevole deve essere trovato e condannato. E tutto quel che non va deve essere sistemato, rapidamente e come si deve. Io non mando un centesimo, per gli aiuti, perché questo Stato già ci chiede un mare di tasse, e con quello che paghiamo i soldi per questi eventi terribili devono essere già compresi, eccome. I soldi per gestire il momenti di emergenza, e poi per ricostruire le case e tutto il resto. E invece i soldi delle tasse vanno sempre a finire altrove, e ci ritroviamo con le richieste di aiuti a favore della Protezione Civile, a cui invece avremmo già dato quanto necessario e anche di più. Non mi sta bene.

Tanta gente prende una pensione da fame. Dalle mie parti un terremoto lo abbiamo avuto, nel Belice, come ci fu poi in Irpinia. E poi l’Umbria, e la scuola dei bambini, ancora in Abruzzo. L’abbiamo mandato sempre, il nostro aiuto in soldi, per tutti questi disastri. Ma non se ne può più, stavolta no. Mandare soldi significherebbe lasciare che tutto vada come è sempre andato. E non si può.

A L’Aquila, c’è chi ha scoperto che tante costruzioni erano nate per una funzione ma venivano usate per altro, alberghi diventavano scuole, bastava qualche scartoffia burocratica. Peccato che al terremoto questo non lo hanno detto, e che li usassero senza nessuna norma di sicurezza.
Ma questo succede anche qui dalle mie parti, e credo dappertutto. Anche qui da noi un albergo è diventato una scuola superiore, ci studiano più di 500 ragazzi, ma non è adatto a essere una scuola. Non tanto tempo fa, è caduto un soffitto per il vento. E intanto i milioni e milioni delle nostre tasse, invece che in scuole sicure, vanno nell’affitto di un palazzo dove la scuola non potrebbe stare. Andatelo a cercare lì, il mio euro di beneficenza, l’ho già dato, ne ho già dati anche troppi.
E no ho viste tante altre, di cose che mi hanno fatto dire che no, il mio euro in più non glielo do. I telegiornali che si sono vantati dei loro grandi ascolti, fatti anche con servizi senza rispetto, a disturbare e angustiare gente già disperata, e in piena emergenza. Il mio Euro è anche nel canone Rai, che vorrei ora mi dessero indietro.

E penso anche che questo terremoto, come tutti i precedenti, sarà un grande affare per pochi, che ci speculeranno, che con questi morti e queste macerie hanno vinto al Lotto. E di fronte all’emergenza, alle vittime, la politica nasconderà ancora meglio le proprie schifezze, i propri sprechi. Ma il mio euro in quegli arricchimenti ignobili non ci finirà.

La mia è la parola di un italiano che si sente come quella povera gente, ma che non sta zitto, che vuole parlare, stando in piedi su questa terra che ogni tanto ci ricorda che dobbiamo fare i conti con lei”.

Albina Perri

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Cooperazione, Berlusconi cala la scure sui fondi anti-Aids

Dopo la sparata del papa sul preservativo, arriva un’altra cattiva notizia, tutta italiana, sul fronte della lotta contro l’Aids. Sembra che l’Italia, presidente di turno del G8, quest’anno non verserà la quota stabilita per il Fondo Globale contro Aids, tubercolosi e malaria, diventato in soli 8 anni di esistenza uno dei principali strumenti di finanziamento di progetti per contrastare la pandemia di Aids nei paesi poveri. I tagli alla cooperazione introdotti con l’ultima finanziaria si fanno sentire, e i 130 milioni di euro che il governo dovrebbe versare come contributo per il 2009, e che solo poche settimane fa il ministro Tremonti aveva assicurato, pare non ci siano. Almeno per ora. A denunciarlo è l’Osservatorio italiano per l’azione globale sulla lotta contro l’Aids, rete che riunisce 22 ong con progetti legati all’Aids nel sud del mondo, in particolare nell’Africa sub-sahariana.
La notizia arriva mentre a Caceres, in Spagna, è in corso la conferenza di rifinanziamento di medio termine del Fondo Globale, in cui i paesi donatori stanno facendo il punto della situazione e discutendo di eventuali fondi aggiuntivi da versare, oltre a quelli già stabiliti nel 2007 per i tre anni successivi. Ma l’Italia rischia di fare una figuraccia se non sarà in grado di mantenere l’impegno preso. «Siamo molto preoccupati - dice al manifesto Giorgio Menchini, coordinatore dell’Osservatorio Aids - e chiediamo al governo di prendere una posizione netta e definitiva». Il problema, infatti, è che il meccanismo di funzionamento del Fondo è tale per cui il programma di finanziamento dei progetti si basa sulle quote stabilite ogni tre anni e versate, teoricamente, con cadenza annuale. Il mancato esborso della somma promessa metterebbe quindi a rischio i progetti e la vita dei beneficiari. Si calcola che dal 2001 le vite salvate grazie al FG siano state 2,5 milioni, con due milioni di persone che hanno avuto accesso al trattamento per l’Aids. Un meccanismo virtuoso che ha però prodotto, paradossalmente, un gap che va dai 4 agli 8 miliardi di dollari da affrontare nei prossimi due anni. I progetti di qualità presentati al Fondo e approvati nel 2008, infatti, sono stati così numerosi che senza un ulteriore stanziamento di denaro non sarà possibile realizzarli. L’insolvenza italiana sarebbe quindi ancora più grave. «In Swaziland, dal 2004, grazie al FG, quasi 30mila persone, il 50% degli aventi bisogno, sono state messe sotto trattamento con gli antiretrovirali», racconta Menchini che nel paese africano in assoluto più colpito dall’epidemia di Aids, con un’incidenza pari al 30% della popolazione adulta, ha trascorso 7 anni. «Come in Swaziland, anche in molti altri paesi dell’Africa sub-sahariana l’Aids sta producendo una catastrofe sociale ed economica oltre che sanitaria. Interi sistemi-paese sono a rischio collasso». L’idea di istituire un fondo per contrastare le tre grandi pandemie risale al G8 di Okinawa, nel 2000, e fu proprio Berlusconi, anche allora presidente del consiglio, al G8 di Genova nel 2001, a tenere a battesimo il FG. Otto anni dopo è di nuovo lui a capo del governo, e sarebbe curioso sapere cosa dirà ai colleghi che si riuniranno alla Maddalena il prossimo luglio per il nuovo vertice G8. «La posizione dell’Italia risulta ancora più incresciosa se si pensa che solo un anno fa Berlusconi si era impegnato a destinare 2,5 miliardi di dollari per i prossimi 5 anni (500 milioni all’anno) come contributo per la lotta contro le malattie infettive e per rafforzare i sistemi sanitari», commenta Menchini. Resta da capire, a questo punto, se verranno mai versati.

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CON AMICI COME QUESTI…

Facebook ha 59 milioni di utenti - e due milioni di nuovi iscritti ogni settimana. Ma tra questi non troverete Tom Hodgkinson che rilascia volontariamente i propri dati personali; non ora che conosce la politica delle persone che stanno dietro questo sito di social networking.

Io disprezzo Facebook. Questa azienda statunitense di enorme successo si descrive come «un servizio che ti mette in contatto con la gente che ti sta intorno». Ma fermiamoci un attimo. Perché mai avrei bisogno di un computer per mettermi in contatto con la gente che mi sta intorno? Perché le mie relazioni sociali debbono essere mediate dalla fantasia di un manipolo di smanettoni informatici in California? Che ha di male il baretto?

E poi, Facebook mette davvero in contatto la gente? Non è vero invece che ci separa l’uno dall’altro, dal momento che invece di fare qualcosa di piacevole come mangiare, parlare, ballare e bere coi miei amici, mando loro soltanto dei messaggini sgrammaticati e foto divertenti nel ciberspazio, inchiodato alla scrivania? Un mio amico poco tempo fa mi ha detto di aver trascorso un sabato notte a casa da solo su Facebook, bevendo seduto alla sua scrivania. Che immagine deprimente. Altro che mettere in contatto la gente, Facebook ci isola, fermi nel posto di lavoro.

Per di più, Facebook fa leva, per così dire, sulla nostra vanità e autostima. Se carico una mia foto che ritrae il mio profilo migliore, e assieme metto una lista delle cose che mi piacciono, posso costruire una rappresentazione artificiale di me stesso, con lo scopo di essere sessualmente attraente e di guadagnarmi l’altrui approvazione. («Mi piace Facebook», mi ha detto un altro amico. «Mi ha fatto trombare»). Incoraggia inoltre una inquietante competitività intorno all’amicizia: sembra che nell’amicizia oggi conti la quantità, e la qualità non sia affatto considerata. Più amici hai, meglio sei. Sei “popolare”, nel senso che i liceali statunitensi amano tanto. A riprova di ciò sta la copertina della nuova rivista su Facebook dell’editore Dennis Publishing: «Come raddoppiare la tua lista di amici».

Sembra, però, che io sia piuttosto solo nella mia ostilità. Mentre scriviamo, Facebook sostiene di avere 59 milioni di utenti attivi, compresi 7 milioni dal Regno Unito, la terza nazione per numero di clienti dopo gli Usa e il Canada. Cinquantanove milioni di babbei, che hanno dato tutti volontariamente le informazioni della propria carta d’identità e le proprie scelte di consumatore a un’azienda statunitense che non conoscono. Due milioni di persone si iscrivono ogni settimana. Se proseguirà all’attuale volume di crescita, Facebook supererà i 200 milioni di utenti attivi nello stesso periodo dell’anno prossimo. E personalmente prevedo che, anzi, il suo volume di crescita subirà un’accelerazione nei mesi venturi. Come ha dichiarato il portavoce di Facebook Chris Hughes: «[Facebook] ha raggiunto una tale integrazione che è difficile sbarazzarsene».

Tutto ciò sarebbe sufficiente a farmi rifiutare Facebook per sempre. Ma ci sono altre ragioni per odiarlo. Molte altre ragioni.

Facebook è un progetto ben foraggiato, e le persone che stanno dietro il finanziamento, un gruppo di capitalisti “di rischio” della Silicon Valley, hanno un’ideologia ben congegnata che sperano di diffondere in tutto il mondo. Facebook è una delle manifestazioni di questa ideologia. Come Paypal prima di esso, è un esperimento sociale, un’espressione di un particolare tipo di liberalismo neoconservatore. Su Facebook puoi essere libero di essere chi vuoi, a patto che non ti dia fastidio essere bombardato da pubblicità delle marche più famose al mondo. Come con Paypal, i confini nazionali sono una cosa ormai obsoleta.

Malgrado il progetto sia stato concepito inizialmente dalla star da copertina Mark Zuckerberg, il vero volto che sta dietro Facebook è il quarantenne venture capitalist della Silicon Valley e filosofo “futurista” Peter Thiel. Ci sono soltanto tre consiglieri di amministrazione per Facebook, e sono Thiel, Zuckerberg e un terzo investitore che si chiama Jim Breyer, che proviene da un’azienda di venture capital, la Accel Partners (di lui parleremo più avanti). Thiel investì 500 mila dollari in Facebook quando gli studenti di Harvard Zuckerberg, Chris Hughes e Dustin Moskowitz lo incontrarono a San Francisco nel giugno del 2004, non appena fecero partire il sito. Thiel, secondo la stampa, oggi possiede il 7 per cento di Facebook, quota che, secondo l’attuale stima del valore dell’azienda di 15 miliardi di dollari, vale più di un miliardo. Chi siano esattamente i cofondatori originali di Facebook è controverso, ma chiunque siano, Zuckerberg è l’unico rimasto nel consiglio d’amministrazione, malgrado Hughes e Moskowitz lavorino ancora per l’azienda.

Thiel è considerato da molti nella Silicon Valley e nel mondo del venture capital a stelle e strisce come un genio del liberismo. È il cofondatore e amministratore delegato del sistema bancario virtuale Paypal, che vendette a Ebay per un miliardo e mezzo di dollari, tenendo per sé 55 milioni. Gestisce anche un hedge fund da 3 miliardi di euro, il Clarium Capital Management, e un fondo di venture capital, Founders Fund. La rivista Bloomberg Markets l’ha recentemente descritto come «uno dei manager di hedge fund più di successo del paese». Ha fatto i soldi scommettendo sul rialzo del prezzo del petrolio e azzeccando la previsione che il dollaro si sarebbe indebolito. Lui e i suoi straricchi compagni della Silicon Valley sono stati recentemente etichettati come “La mafia di Paypal” dalla rivista Fortune, il cui cronista ha notato anche che Thiel ha un maggiordomo in livrea e una supercar della McLaren da 500 mila dollari. Thiel è anche un campione di scacchi ed ama la competizione. Si dice che una volta dopo aver perso una partita, in un accesso d’ira, abbia gettato a terra tutte le pedine. E non si scusa per la sua iper-competitività: «Un buon perdente resta sempre un perdente».

Ma Thiel è più di un semplice capitalista scaltro e avido. Infatti è anche un filosofo “futurista” e un attivista neocon. Filosofo laureato a Stanford, nel 1998 fu tra gli autori del libro The Diversity Myth [Il Mito della Diversità, ndt], un attacco dettagliato all’ideologia multiculturalista e liberal che dominava Stanford. In questo libro sosteneva che la “multicultura” portava con sé una diminuzione delle libertà personali. Da studente di Stanford, Thiel fondò un giornale destrorso, che esiste ancora, la Stanford Review, il cui motto è Fiat Lux (”Sia la luce”). Thiel è membro di TheVanguard.org, un gruppo di pressione neoconservatore basato su internet, nato per attaccare MoveOn.org, gruppo di pressione liberal attivo sul web. Thiel si dichiara «estremamente libertario».

TheVanguard è gestito da un certo Rod D. Martin, capitalista-filosofo molto ammirato da Thiel. Sul sito, Thiel dice: «Rod è una delle menti di spicco nel nostro paese per quanto riguarda la creazione di nuove e necessarie idee sulle politiche pubbliche. Ha una comprensione dell’America più completa di quella che hanno della propria azienda molti amministratori delegati».

Il piccolo assaggio che segue, preso dal loro sito, vi darà l’idea della loro visione del mondo: «TheVanguard.org è una comunità online che crede nei valori conservatori, nel libero mercato e nella limitazione del governo come gli strumenti migliori per portare speranza e opportunità sempre maggiori per tutti, specie per i più poveri fra noi». Il loro scopo è quello di promuovere linee politiche che «diano nuova forma all’America e al mondo intero». TheVanguard descrive le proprie politiche come «reaganiane-thatcheriane». Il messaggio del presidente recita così: «Oggi daremo a MoveOn [il sito liberal], a Hillary e ai media di sinistra una lezione che non si aspetterebbero mai».

Non ci sono dubbi sulle idee politiche di Thiel. Ma qual è la sua filosofia? Sono andato ad ascoltarmi, in un podcast, un discorso di Thiel circa le sue idee sul futuro. La sua filosofia, in breve, è questa: fin dal XVII secolo, alcuni pensatori illuminati hanno strappato il mondo dalla sua antiquata vita legata alla natura - e qui cita la famosa descrizione fatta da Thomas Hobbes della vita come «meschina, brutale e breve» - per portarlo verso un nuovo mondo virtuale nel quale la natura è conquistata. Il valore è ora assegnato alle cose immaginarie. Thiel afferma che PayPal è nato proprio da questa credenza: che si possa trovare valore non in oggetti concreti fatti da mano d’uomo, ma in relazioni fra esseri umani. Paypal è un modo di spostare denaro in giro per il mondo senza limitazioni. Bloomberg Markets la pone così: «Per Thiel, PayPal significa libertà: permetterebbe alla gente di scansare i controlli sulla valuta e spostare denaro in giro per il mondo».

Chiaramente, Facebook è un altro esperimento iper-capitalista: si possono ricavare soldi dall’amicizia? Si possono creare comunità libere dai confini nazionali, e poi vendere loro Coca Cola? Facebook non è per niente creativo. Non produce assolutamente nulla. Tutto quello che fa è mediare relazioni che si sarebbero allacciate in ogni caso.

Il mentore filosofico di Thiel è un certo René Girard dell’università di Stanford, ideatore di una teoria del comportamento umano chiamata “desiderio mimetico”. Girard ritiene che le persone siano essenzialmente come pecore e si imitino l’una con l’altra senza pensarci troppo su. La teoria sembra essere provata anche nel caso dei mondi virtuali di Thiel: l’oggetto desiderato è irrilevante; è sufficiente soltanto che gli esseri umani abbiamo la tendenza a muoversi in greggi. Da qui derivano le bolle finanziarie. Da qui deriva l’enorme popolarità di Facebook. Girard è un habitué delle serate intellettuali di Thiel. Tra l’altro, una cosa che non potrete trovare nella filosofia di Thiel sono gli antiquati concetti che appartengono al mondo reale, come Arte, Bellezza, Amore, Piacere e Verità.

Internet è un’immensa attrattiva per i neocon come Thiel, perché promette, in un certo senso, libertà nelle relazioni umane e negli affari, libertà dalle noiose leggi nazionali, dai confini nazionali e da altre cose di questo genere. Internet apre un mondo di espansione per il libero mercato e per il laissez-faire. Thiel sembra approvare anche i paradisi fiscali offshore, e sostiene che il 40 per cento della ricchezza mondiale si trova in posti come Vanuatu, le isole Cayman, Monaco e le Barbados. Penso sia giusto dire che Thiel, come Rupert Murdoch, è contrario alle tasse. Gli piace anche la globalizzazione della cultura digitale, perché rende quasi inattaccabili i padroni delle banche: «I lavoratori non possono fare una rivoluzione per impossessarsi di una banca, se quella banca ha sede a Vanuatu», dice.

Se la vita del passato era meschina, brutale e breve, Thiel vuole rendere la vita del futuro molto più lunga, investendo a questo fine in un’azienda che esplora tecnologie per allungare la vita. Ha promesso tre milioni e mezzo di sterline a un gerontologo di Cambridge, Aubrey de Grey, che sta cercando la chiave dell’immortalità. Thiel è anche membro del collegio dei consulenti di qualcosa come il Singularity Institute for Artificial Intelligence. Nel suo fantastico sito internet, si trovano le seguenti parole: «La Singularity è la creazione tecnologica di un’intelligenza superiore a quella umana. Ci sono parecchie tecnologie [...] che vanno in questa direzione [...] l’Intelligenza Artificiale [...] interfacce che collegano direttamente computer e cervello [...] ingegneria genetica [...] differenti tecnologie che, se raggiungessero una certa soglia di complessità, permetterebbero la creazione di un’intelligenza superiore a quella umana».

Per sua stessa ammissione, quindi, Thiel sta cercando di distruggere il mondo reale, da lui chiamato anche “natura”, e di installare al suo posto un mondo virtuale. Ed è in questo contesto che dobbiamo vedere il successo di Facebook. Facebook è un esperimento volto deliberatamente alla manipolazione mondiale, e Thiel è un brillante personaggio del pantheon neoconservatore con un debole per incredibili fantasie “tecno-utopiche”. E io non voglio aiutarlo a diventare più ricco.

Il terzo membro del consiglio di amministrazione di Facebook è Jim Breyer. È parte della ditta di venture capital Accel Partners, che ha messo 12 milioni e 700 mila dollari per il progetto Facebook nell’aprile 2005. Oltre a essere membro di questi giganti statunitensi, della stessa caratura di Wal-Mart e Marvel Entertainment, è anche ex presidente della National Venture Capital Association (NVCA). Sono queste le persone che hanno successo in America, perché investono in nuovi e giovani talenti, come Zuckerberg. La più recente raccolta di finanziamenti di Facebook fu portata avanti da un’azienda, la Greylock Venture Capital, che fornì 27 milioni 500 mila dollari. Uno dei più vecchi soci di Greylock è Howard Cox, altro ex presidente della NVCA, e membro del CdA di In-Q-Tel. Che cos’è In-Q-Tel? Beh, che ci crediate o no (andatevi a vedere il suo sito), è la costola della Cia nel capitale di rischio. Dopo l’Undici Settembre, la comunità dei servizi segreti Usa divenne così entusiasta delle possibilità della nuova tecnologia e delle innovazioni del settore privato, che nel 1999 costituì il proprio fondo di capitale di rischio, l’In-Q-Tel, che «identifica e collabora con le aziende che sviluppano tecnologie all’avanguardia, per aiutare a rilasciare questi ritrovati alla Central Intelligence Agency e alla più vasta US Intelligence Community (IC) al fine di promuovere la loro missione»*.

Il dipartimento della difesa statunitense e la Cia amano la tecnologia perché rende lo spionaggio più facile. «Abbiamo bisogno di trovare nuovi modi per dissuadere i nuovi avversari», disse nel 2003 il segretario della Difesa Donald Rumsfeld. «Dobbiamo fare il salto nell’era dell’informatica, che costituisce le fondamenta essenziali dei nostri sforzi di cambiamento». Il primo presidente di In-Q-Tel fu Gilman Louie, che sedette nel CdA di NVCA assieme a Breyer. Un’altra figura chiave nel team di In-Q-Tel è Anita K. Jones, ex direttrice della sezione ricerca e ingegneria del dipartimento della Difesa, e, assieme a Breyer, membro del CdA di BBN Technologies. Quando abbandonò il dipartimento della Difesa, il senatore Chuck Robb le fece questo omaggio: «Lei ha unito tecnologia e comunità militari operative per dare vita a piani dettagliati con il fine di sostenere il dominio Usa sui campi di battaglia del prossimo secolo».

Ora, anche se non si accetta l’idea che Facebook sia una specie di estensione del programma imperialistico statunitense incrociata con uno strumento per raccogliere immense quantità d’informazioni, non si può in nessun modo negare che, come affare, sia davvero geniale. Qualche smanettone online ha fatto intendere che la sua valutazione di 15 miliardi di dollari sia eccessiva, ma io direi semmai che è troppo contenuta. La sua grandezza dà le vertigini, e il potenziale di crescita è virtualmente infinito. «Vogliamo che tutti siano in grado di usare Facebook», dice l’impersonale voce del Grande Fratello sul sito. E penso proprio che lo faranno. È l’enorme potenziale di Facebook che spinse Microsoft a comprarne l’1,6 per cento per 240 milioni di dollari. Recentemente circolano voci secondo cui un investitore asiatico, Lee Ka-Shing, il nono uomo più ricco della terra, abbia comprato lo 0,4 per cento di Facebook per 60 milioni di dollari.

I creatori del sito non fanno altro che giocherellare col programma. In genere, stanno seduti con le mani in mano a guardare milioni di “drogati” di Facebook fornire di spontanea volontà i dettagli della loro carta d’identità, le loro foto e la lista dei loro oggetti di consumo preferiti. Ricevuto questo smisurato database di esseri umani, Facebook vende semplicemente le informazioni agli inserzionisti, o, come ha detto Zuckerberg in uno degli ultimi post sul blog, «cerca di aiutare le persone a condividere informazioni con i loro amici riguardo alle cose che fanno sul web». Ed è infatti proprio ciò che accade. Il 6 novembre dello scorso anno, Facebook annunciò che 12 marchi mondiali erano saliti a bordo. Tra essi, c’erano Coca Cola, Blockbuster, Verizon, Sony Pictures e Condé Nast. Ben allenati in stronzate da marketing di altissimo livello, i loro rappresentanti gongolavano con commenti come questo:

«Con Facebook Ads, i nostri marchi possono diventare parte del modo di comunicare e interagire degli utenti su Facebook», disse Carol Kruse vicepresidente della sezione marketing interattivo globale, gruppo Coca Cola.

«È un modo innovativo di far nascere e crescere relazioni con milioni di utenti di Facebook permettendo loro di interagire con Blockbuster in maniera conveniente, pertinente e divertente», disse Jim Keyes, presidente e amministratore delegato di Blockbuster. «Ciò va al di là della creazione di pubblicità efficaci. Si tratta piuttosto della partecipazione di Blockbuster alla comunità dei consumatori, cosicché, in cambio, i consumatori si sentano motivati a condividere i vantaggi del nostro marchio con gli amici».

“Condividere” è la parola in lingua di Facebook che sta per “pubblicizzare”. Chi si registra a Facebook diventa un girovago che parla delle reclame di Blockbuster o della Coca Cola, e tesse le lodi di questi marchi agli amici. Stiamo assistendo alla mercificazione delle relazioni umane, l’estrazione di valore capitalistico dall’amicizia.

Ora, in confronto a Facebook, i giornali, per esempio, come modello d’impresa, sembrano disperatamente fuori moda. Un giornale vende spazi pubblicitari alle imprese che cercano di vendere la loro roba ai lettori. Un sistema che è però molto meno complesso di quello di Facebook. E questo per due ragioni. La prima è che i giornali debbono sopportare fastidiose spese per pagare i giornalisti che forniscono contenuti. Facebook, invece, i contenuti li ha gratis. La secondo è che Facebook può calibrare la pubblicità con una precisione infinitamente superiore rispetto a un giornale. Se, per esempio, si dice su Facebook di amare il film This Is Spinal Tap, quando uscirà nei cinema un film simile, state pur sicuri che vi terranno informati. Mandandovi la pubblicità.

È vero che Facebook ultimamente è stato nell’occhio del ciclone per il suo programma di pubblicità Beacon. Agli utenti veniva recapitato un messaggio che diceva che i loro amici avevano fatto acquisti in un certo negozio online. Furono 46 mila gli utenti a reputare questo tipo di pubblicità troppo invasiva, tanto che giunsero a firmare una petizione dal titolo «Facebook, smettila di invadere la mia privacy!». Zuckerberg si scusò nel blog aziendale, scrivendo che il sistema era ora cambiato da “opt out” [1] a “opt in” [2]. Io ho il sospetto però che questa piccola ribellione per essere stati così spietatamente mercificati sarà presto dimenticata: dopotutto, ci fu un’ondata di protesta nazionale da parte del movimento delle libertà civili quando si dibattè nel Regno Unito l’idea di una forza di polizia a metà del XIX secolo.

E per di più, voi utenti di Facebook avete mai letto davvero l’informativa sulla privacy? Ti dice che non è che di privacy ne hai poi molta. Facebook fa finta di essere un luogo di libertà, ma in realtà è più simile a un regime totalitario virtuale mosso dall’ideologia, con una popolazione che molto presto sarà superiore a quella del Regno Unito. Thiel e gli altri hanno dato vita al loro paese, un paese di consumatori.

Ora, voi, come Thiel e gli altri nuovi signori del ciberuniverso, potreste reputare questo esperimento sociale tremendamente eccitante. Ecco qui finalmente lo Stato illuminista desiderato ardentemente fin dal tempo in cui i Puritani, nel XVII secolo salparono verso l’America del Nord. Un mondo dove tutti sono liberi di esprimersi come vogliono, a seconda di chi li sta guardando. I confini nazionali sono un’anticaglia. Tutti ora fanno capriole insieme in uno spazio virtuale dove ci si può esprimere a ruota libera. La natura è stata conquistata attraverso l’illimitata ingegnosità umana. E voi potreste decidere di inviare a quel geniale investitore di Thiel tutti i vostri soldi, aspettando con impazienza la quotazione ufficiale dell’inarrestabile Facebook.

O, in alternativa, potreste riflettere e rifiutare di essere parte di questo ben foraggiato programma, volto a creare un’arida repubblica virtuale, dove voi stessi e le vostre relazioni con gli amici siete convertiti in merce da vendere ai colossi multinazionali. Potreste decidere di non essere parte di questa Opa contro il mondo.

Per quanto mi riguarda, rifuggirò Facebook, rimarrò scollegato il più possibile, e trascorrerò il tempo che ho risparmiato non andando su Facebook facendo qualcosa di utile, come leggere un libro. Perché sprecare il mio tempo su Facebook quando non ho ancora letto l’Endimione di Keats? Quando devo piantare semi nel mio orto? Non voglio rifuggire la natura, anzi, mi ci voglio ricollegare. Al diavolo l’aria condizionata! E se avessi voglia di mettermi in contatto con la gente intorno a me, tornerei a usare un’antica tecnologia. È gratis, è facile da usare e ti permette un’esperienza di condivisione di informazioni senza pari: è la parola.

L’informativa sulla privacy di Facebook

Per farvi quattro risate, provate a sostituire le parole “Grande Fratello” dove compare la parola “Facebook”

1 Ti recapiteremo pubblicità

«L’uso di Facebook ti dà la possibilità di stabilire un tuo profilo personale, instaurare relazioni, mandare messaggi, fare ricerche e domande, formare gruppi, organizzare eventi, aggiungere applicazioni e trasmettere informazioni attraverso vari canali. Noi raccogliamo queste informazioni al fine di poterti fornire servizi personalizzati»

2 Non puoi cancellare niente

«Quando aggiorni le informazioni, noi facciamo una copia di backup della versione precedente dei tuoi dati, e la conserviamo per un periodo di tempo ragionevole per permetterti di ritornare alla versione precedente»

3 Tutti possono dare un’occhiata alle tue intime confessioni

« [...] e non possiamo garantire - e non lo garantiamo - che i contenuti da te postati sul sito non siano visionati da persone non autorizzate. Non siamo responsabili dell’elusione di preferenze sulla privacy o di misure di sicurezza contenute nel sito. Sii al corrente del fatto che, anche dopo la cancellazione, copie dei contenuti da te forniti potrebbero rimanere visibili in pagine d’archivio e di memoria cache e anche da altri utenti che li abbiano copiati e messi da parte nel proprio pc».

4 Il tuo profilo di marketing fatto da noi sarà imbattibile

«Facebook potrebbe inoltre raccogliere informazioni su di te da altre fonti, come giornali, blog, servizi di instant messaging, e altri utenti di Facebook attraverso le operazioni del servizio che forniamo (ad esempio, le photo tag) al fine di fornirti informazioni più utili e un’esperienza più personalizzata».

5 Scegliere di non ricevere più notifiche non significa non ricevere più notifiche

«Facebook si riserva il diritto di mandarti notifiche circa il tuo account anche se hai scelto di non ricevere più notifiche via mail»

6 La Cia potrebbe dare un’occhiata alla tua roba quando ne ha voglia

«Scegliendo di usare Facebook, dai il consenso al trasferimento e al trattamento dei tuoi dati personali negli Stati Uniti [...] Ci potrebbe venir richiesto di rivelare i tuoi dati in seguito a richieste legali, come citazioni in giudizio od ordini da parte di un tribunale, o in ottemperanza di leggi in vigore. In ogni caso non riveliamo queste informazioni finché non abbiamo una buona fiducia e convinzione che la richiesta di informazioni da parte delle forze dell’ordine o da parte dell’attore della lite soddisfi le norme in vigore. Potremmo altresì condividere account o altre informazioni quando lo riteniamo necessario per osservare gli obblighi di legge, al fine di proteggere i nostri interessi e le nostre proprietà, al fine di scongiurare truffe o altre attività illegali perpetrate per mezzo di Facebook o usando il nome di Facebook, o per scongiurare imminenti lesioni personali. Ciò potrebbe implicare la condivisione di informazioni con altre aziende, legali, agenti o agenzie governative»

*Nota del Redattore: nella versione originale l’articolo è preceduto dalla seguente rettifica:

“La rettifica che segue è stata stampata nella sezione Rettifiche e chiarimenti del Guardian, mercoledì 16 gennaio 2008

L’entusiasmo della comunità dei servizi segreti statunitensi per il rinnovamento hi-tech dopo l’Undici Settembre e la creazione dell’In-Q-Tel, il suo fondo di venture capital, nel 1999, sono stati anacronisticamente correlati nell’articolo qui sotto. Dal momento che l’attentato alle Torri Gemelle avvenne nel 2001, non può essere stato ciò che ha portato alla fondazione dell’In-Q-Tel due anni prima.”

NOTE DEL TRADUTTORE

[1] Con il termine inglese opt-out (in cui opt è l’abbreviazione di option, opzione) ci si riferisce ad un concetto della comunicazione commerciale diretta (direct marketing), secondo cui il destinatario della comunicazione commerciale non desiderata ha la possibilità di opporsi ad ulteriori invii per il futuro. (fonte: Wikipedia)

[2] Si definisce opt-in il concetto inverso, ovvero la comunicazione commerciale può essere indirizzata soltanto a chi abbia preventivamente manifestato il consenso a riceverla. (fonte: Wikipedia)

Tom Hodgkinson è uno scrittore britannico. Ha collaborato con testate quali ‘The Sunday Telegraph’, ‘The Guardian’ e ‘The Sunday Times’ ed è direttore della rivista ‘The Idler’. Hodgkinson è autore di due libri: ‘How To Be Idle’ (’L'ozio come stile di vita’, Rizzoli, 2005) e ‘How To Be Free’ (’La libertà come stile di vita’, Rizzoli, 2007).

Titolo originale: “With friends like these…”

Fonte: http://www.guardian.co.uk

Link

14.01.2008

Scelto e tradotto da PAOLO YOGURT per www.comedonchisciotte.org

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Le brigantesse


Le brigantesse

Le brigantesse furono feroci, anzi più degli
uomini. Abilil, leste di coltello e di fucile. Coraggio ne avevano da vendere.
Furono passionarie, eroine, crudeli, sottomesse e più spesso indipendenti
e libere, anche nel passare da un letto all’altro.

Furono fiere di combattere per se stesse, per la propria terra e per
l’indipendenza del Sud.

Ma se il brigantaggio fu anche un movimento politico-sociale di reazione
ad una condizione di violenza e di oppressione oltre che l’affermazione
di autonomia di uno Stato meridionale, il brigantaggio femminile
fu visto anche come una prima forte ribellione allo stato di soggezione
delle
donne “napolitane” oltre che come un moto di protagonismo e di protezionismo
per il riscatto dei propri figli e dei propri uomini e per la rscossa
politica, sociale ed economica del Mezzogiorno.

Donne e brigantesse: non dedite, dunque, solo
ai fornelli ed al letto, ma attive e protagoniste di un moto rivoluzionario.

Attive e protagoniste in battaglia, sui monti, nei paesi,
nelle piazze e nei tribunali ove mutarono, con la furbizia innata, spoglie
e atteggiamenti. Seppero innegabilmente affrontare il martirio, le sevizie,
le crudeltà del nemico. Andarono incontro alla morte con grande dignità
e resero immortali le loro concrete testimenianze.

Riuscirono a conquistare sul campo l’ammirazione delle
popolazioni del Sud Italia e lasciarono un messaggio che nel tempo le
ha rese protagoniste di una epocale sconfitta e di una amara unità.

Tante di esse sono rimaste nell’anonimato, tante altre
simpatiche canaglie, belle donne grandi eroine. Forse in tutto questo
emule della disperata battaglia che Maria Sofia di Borbone si trovò a
combattere accanto a Francesco II sugli spalti di Gaeta.

Proviamo a ricordarne alcune: Luigia Cannalonga, Maria
Rosa Marinelli, Maria Capitanio, Gioconda Marini, Mariannina Corfù, Chiara
Nardi, Filomena Pennacchio, Arcangela Cotugno, Elisabetta Blasucci, Teresa
Ciminelli, Filomena Pennarulo, Luigina Vitale, Giovanna Tito, Maria Lucia
Nella, Maria Consiglio, Filomena di Pote, Maria Orsola D’Acquisto, Carolina
Casale, Maria Pelosi, Rosa Giuliani, Michelina De Cesare.

Tutte protagoniste indiscusse di una guerra alle frontiere
della morte e del carcere!

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Ce l’ha proprio con me?

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